L'ITALIA E' SOVRAPPOPOLATA di Aldo Carpanelli da "Oilcrash" La superficie globale del territorio italiano, è di 301.230 chilometri quadrati. La polazione umana censita ivi residente sfonda ormai il tetto dei 59.000.000 individui. Come è ovvio, questo dato non comprende gli individui illegalmente dimoranti sul territorio, alias i cosiddetti “clandestini”, la presenza dei quali rende imprecise per difetto quelle rilevazioni che potrebbero altrimenti avere valenza assoluta. In questo scritto, fingerò che il fenomeno della clandestinità non esista (il lettore tenga ben presente questa precisazione). Anche per i nostri quindicenni, per quanto vituperati dal PISA, sarebbe molto semplice ricavare la quantità di superficie territoriale “lorda” disponibile per ogni abitante: 0,51 ettari (il dato lordo mondiale è di 2,27 ettari pro-capite). Il dato lordo costituisce già un buon indicatore sullo stato di affollamento “fisico” del nostro territorio, ma non è veramente indicativo della quantità di territorio produttivo a disposizione di ciascuno di noi. Fin dalla terza elementare ci viene insegnato che “l’Italia ha un territorio prevalentemente montuoso”, senza però soffermarsi più di tanto sulle implicazioni di questa apparentemente bucolica affermazione. Una prima implicazione è che la presenza di una così ampia percentuale di territori montuosi, insieme ad altri fattori quale l’urbanizzazione del territorio, abbatte la quantità di terreno produttivo disponibile per ciascuno di noi. La SAU (Superficie Agricola Utilizzata) italiana, secondo i dati rilevati nel censimento del 2000, era di soli 132.000 chilometri quadrati. Calcolatrice alla mano, considerando la popolazione di quell’anno, ciò si traduceva in 0,232 ettari di terreno agricolo produttivo pro-capite. Per maggiore precisione, 2.317 m2 a testa. Secondo diverse fonti, la disponibilità mondiale si attesterebbe su una quantità attorno ai 2.150 m2 pro-capite. Sono cifre che dovrebbero indurre alla riflessione: ci si sente spesso ricordare che il pianeta è sovrappopolato, ma mai l’Italia viene inclusa tra i Paesi più affollati, neppure nei libri di testo scolastici. Viene da chiedersi quale forma di censura o autocensura possa essere così forte da indurre a celare un dato di fatto tanto arido quanto incontestabile. Già, i dati di fatto… Secondo l’ISTAT, mentre nell’ultimo quinquennio il saldo naturale è divenuto moderatamente vantaggioso (con un lieve calo complessivo valutabile intorno alle 70.000 unità), l’incremento dovuto all’immigrazione (regolare) è andato crescendo progressivamente, vanificando la virtuosa continenza riproduttiva interna. Come risultato, nel periodo 2001-2006, la popolazione in Italia è purtroppo ulteriormente cresciuta di oltre due milioni di individui. Che è accaduto alla SAU nel frattempo? Non sono riuscito a reperire dati più aggiornati di quelli già a mia disposizione. Una semplice osservazione relativa all’ampliamento delle superfici urbanizzate o comunque cementificate negli ultimi tre anni, sotto gli occhi di chiunque non intenda fingersi cieco, mi induce a credere empiricamente che essa si sia ulteriormente ridotta. L’impressione parrebbe confermata da Maria Cristina Treu, che afferma: «Secondo i dati Eurostat, in Italia […] ogni anno si consumano 100.000 ettari di campagna […]». Dando credito alle sue parole, mi limiterò a sottrarre alla SAU censita nel 2000 gli ettari sacrificati annualmente alla follia cementificatrice. I 13.200.000 ettari di SAU si riducono così a 12.600.000. Ho ancora accanto la mia calcolatrice. Rapportando la popolazione attuale con la SAU così aggiornata, si ottiene una superficie produttiva utile di 0,213 ettari pro-capite. Più precisamente, 2.135 metri quadrati a testa. Parrebbe che, dal 2000 ad oggi, abbiamo già perso almeno 180 metri quadrati di superficie produttiva a testa. In soli sei anni e secondo un calcolo molto prudente. Ma, come già ammesso, potrebbe essere che i calcoli non siano il mio forte, quindi… …tralasciamo per un attimo i dati e lanciamoci lungo la china della riflessione qualitativa piuttosto che di quella quantitativa. Potrebbe venirvi in mente che vaste superfici di territorio collinare e montano anticamente destinate all’agricoltura sono state abbandonate, per cui potreste essere indotti a pensare che sarebbe sufficiente recuperare ai fini agricoli quelle aree per risolvere il problema. Sarebbe effettivamente così, se non si dovessero fare i conti con la situazione idrogeologica del nostro territorio. La precarietà dei nostri monti è nota. I più diffusi luoghi comuni la attribuiscono al degrado del territorio conseguente all’abbandono di quelle zone da parte della popolazione che un tempo vi risiedeva. Quello che quei luoghi comuni non tengono in considerazione sono le condizioni e lo stile di vita di quegli antichi residenti, molto diversi dalle nostre abitudini odierne, e gli effetti a lungo termine della loro presenza su quei territori. Osservazioni empiriche di prima mano mi permettono di affermare che il degrado e il dissesto non avvengono a causa dell’abbandono, ma a causa delle attività precedenti a quell’abbandono: in primo luogo le attività agricole. Se pensiamo ai mezzi che i nostri antenati impiegavano per coltivare i propri piccoli campi sparsi lungo i pendii e li confrontiamo con quelli oggi a nostra disposizione, ci rendiamo conto di due cose: 1) l’agricoltura moderna è molto più aggressiva nei confronti del territorio di quanto non fosse quella antica e 2) la coltivazione in ambienti montani e collinari non può essere neppure lontanamente produttiva quanto quella in ambienti di pianura (se non forse nel caso di produzioni di nicchia inadatte ad alimentare una popolazione di 59 milioni di individui), mentre una sua pratica di tipo industriale ha come risultato effetti devastanti in termini di erosione e dissesto. Questo taglia la testa al toro: le aree montane e collinari non possono costituire una valvola di sfogo per le nostre esigenze di produzione alimentare. Ma, abbiamo veramente bisogno di una maggiore produzione alimentare? Un altro luogo comune vuole che venga posta la classica obiezione: «Se davvero abbiamo una produzione tanto deficitaria, perché ogni anno vengono distrutti a causa della sovrapproduzione tonnellate di arance e pomodori?» Il fatto è che non esiste sovrapproduzione, anzi… Ancora una volta, l’ISTAT può offrire spunti sui quali spendere qualche pensiero, nonostante i dati siano solitamente strutturati secondo un taglio economico che si rivela poco funzionale ad un’analisi per la quale sarebbe più utile disporre di dati relativi al tonnellaggio delle merci scambiate, piuttosto che di quelli relativi al loro valore in euro o in dollari. Parrebbe comunque che gran parte dei prodotti agricoli di maggior importazione rientrino tra quelli “di base” (cereali, olive, carne e pesce, latte, uova, zucchero), mentre tra i prodotti agricoli per i quali parrebbe che ci si possa considerare autosufficienti rientrano una quantità di merci altamente deperibili che in gran parte supponiamo non vengano impiegate per l’alimentazione ma finiscano nella pattumiera per una serie di ragioni “logistiche”. Questo parrebbe lasciar ben sperare: basterebbe tagliare gli sprechi… …e invece no, perché gli sprechi, per quanto riguarda quel particolare tipo di produzione, sono in certa misura fisiologici. Certo, una loro riduzione è possibile con un grande sforzo di ottimizzazione, ma non si può trattare di una riduzione drastica, a causa delle caratteristiche intrinseche del sistema di produzione e distribuzione che, già oggi, risulta favorito dall’impiego di notevoli quantità di conservanti, dalle tecniche di refrigerazione, da mezzi di trasporto efficienti e veloci. Vi renderete sicuramente conto che la questione, anche affrontandola ad un livello così superficiale, sta diventando tremendamente complicata. Già, perché non abbiamo ancora considerato che l’agricoltura italiana, per la natura della tecnologia impiegata, ha oggigiorno una produttività per unità di superficie veramente strepitosa, in costante crescita da diversi decenni. [...] Analizzare dati riferiti ad annate precedenti al 1961, porterebbe agli anni nei quali la cosiddetta Rivoluzione Verde non aveva ancora avuto luogo, e il divario si farebbe ancora più evidente (e comunque, la FAO non riportava quei dati nel sito da me consultato). Cosa porta a una produzione tanto elevata? La tecnologia e l’impiego dei combustibili fossili, questi ultimi tanto sotto forma di energia quanto sotto forma di fertilizzanti e di pesticidi. Perché preoccuparsi, allora? La tecnologia, da sempre, va migliorando, per cui la produzione aumenterà ancora, e ancora… Non è così, purtroppo. La tecnologia avanza “a balzi” e talora, se le condizioni non sono favorevoli al suo sviluppo, retrocede. Ebbene, stiamo entrando in una fase tutt’altro che favorevole allo sviluppo della tecnologia. Quando inizierà il calo della produzione petrolifera, parallelamente alla crescita della domanda determinata dallo sviluppo dei Paesi emergenti, ci troveremo di fronte a seri e repentini problemi non solo di ordine energetico, ma anche di ordine alimentare. La tecnologia non è in grado di sostituirsi alla mera disponibilità di terreno agricolo. La nostra agricoltura, privata delle basi tecnologiche e, soprattutto, delle materie prime per implementarle concretamente, si troverebbe costretta a retrocedere verso livelli di produzione per unità di superficie simili a quelli del periodo anteguerra. Chiedete a qualche anziano contadino di vostra conoscenza quali erano i livelli di produzione e il carico di lavoro necessario per ottenerli, e cominciate a preoccuparvi seriamente. Contare sull’alta tecnologia come mezzo di sopravvivenza non è mai un buon modo di procedere. La valutazione del grado di sovrappopolamento dell’Italia non può prescindere dall’esame di altri aspetti non meno importanti di quelli fin qui citati. Ritengo che molte altre questioni dovrebbero entrare a far parte dell’analisi parziale e approssimativa che vi ho proposto. La sempre più pressante crisi idrica con la quale già oggi ci troviamo a misurarci (spesso uscendone cronicamente perdenti). L’inquinamento, che riduce ulteriormente, contaminandolo, un territorio già fisicamente limitato. La congestione, che rende sempre più tormentosa la mobilità. L’affollamento, che riduce i nostri spazi di libertà costringendoci ad accettare regole sempre più vincolanti. L’inflazionamento dell’individuo, il cui valore viene eroso e reso risibile dal crescere della cosiddetta “massa”… [...] Le generazioni che ci hanno preceduto, ci hanno coinvolto in una spirale impazzita. Il motore che spinge quella spirale è stato troppo a lungo lasciato senza controlli di sorta, accumulando un’inerzia che rende difficile arrestarne il moto. Stiamo parlando dello sbilanciamento tra l’entità numerica e lo stile di vita di una popolazione, e l’estensione e la capacità rigenerativa del territorio che la ospita. Che risulti da rigorose analisi scientifiche o dall’intuito e dalla saggezza popolare, è evidente: siamo troppi in Italia e siamo troppi nel mondo. S’è fatto uso ed abuso del termine sostenibilità. È opportuno ed urgente semplificare e condividere il vero significato di quel termine, e ritengo che quel significato debba necessariamente implicare l’inderogabile necessità di un consistente decremento demografico. Tutti conosciamo bene la natura delle soluzioni indispensabili per poter perseguire in ogni realtà locale il decremento demografico e con esso la sostenibilità, ma manca l’onestà intellettuale necessaria per riconoscerne pubblicamente l’opportunità e per proporne pubblicamente l’implementazione. Un aiuto a comprendere quanto quelle soluzioni siano urgenti può venire dall’approfondire personalmente i temi che ho appena sfiorato in questa pagina, a partire dalla superficie agricola pro-capite disponibile in Italia, in calo di circa 30 metri quadrati all’anno. Contate con me: 2.130… 2.100… 2.070… 2.040…ccc |