NAPOLI: VERSIONE EUROPEA DELLA BOMBA DEMOGRAFICA
                                                       

   di Luigi De Marchi                                                                         
                                                                         


Tutte le nostre autorità politiche hanno intonato la consueta geremiade sulla crisi dei rifiuti nella città e nella provincia di Napoli. E' appunto una sceneggiata napoletana che da molti anni ormai diffonde dal Golfo di Partenope al mondo intero, insieme alle lamentazioni, le solenni promesse delle dirigenze locali e nazionali di voler "affrontare alla radici" il drammatico problema. Questa volta, però, il Presidente della Repubblica in persona ha dedicato uno dei suoi quotidiani, accorati e innocui interventi alla questione, definendola addirittura "tragica". Per parte mia, sarei semmai incline a definirla tragicomica perché, come al solito, nella ridda di spiegazioni che vengono date alla questione ed alla sua indomabile cronicità, la spiegazione principe non viene mai non dico evidenziata, ma neppure menzionata. E qual è questa spiegazione ignorata o sottaciuta ? Ovviamente quella che da molti anni segnalo inutilmente in questi miei interventi: e cioè la mostruosa e crescente sovrappopolazione che da oltre mezzo secolo affligge Napoli e il suo circondario.
"Ma questo De Marchi - protesterà forse qualcuno dei miei ascoltatori - ha proprio una fissa per la questione demografica. Come si fa a parlare di bomba demografica anche per l'Italia dove tutti, a partire dai nostri più celebrati demografi, lamentano il crollo della natalità e invocano generose franchigie fiscali e sontuosi premi per i babbi e le mamme prolifiche ?"

Ebbene sì, cari amici, questo mentecatto di De Marchi denuncia da molti anni la minaccia di una bomba demografica non solo in Italia ma in tutta Europa. Vediamo perché. Già trent'anni fa, in un Convegno che tenni con Aurelio Peccei nelle sale dell'Hotel Jolly di Roma, ricordai che nel mondo contemporaneo la sovrappopolazione si presentava in due forme: nella forma dell'eccessivo incremento, che affliggeva il Terzo Mondo e che condannava quelle popolazioni a raddoppiare ogni 20-30 anni ed a sprofondare nella miseria e nella fame; o nella forma dell'eccessiva densità, che affliggeva l'Italia e l'Europa intera facendo del Vecchio Continente e della sua ineguagliata densità demografica il vero formicaio del pianeta e che condannava le popolazioni europee, dati i loro tassi proibitivi di consumo e inquinamento pro-capite, a sprofondare nelle
emissioni e nei rifiuti tossici. A causa di questi tassi proibitivi di consumo e inquinamento (40 o 50 volte più alti di quelli del Terzo Mondo), gli odierni 60 milioni d'Italiani, per esempio, inquinano e devastano l'ambiente come 2 miliardi e mezzo di africani stipati sulla nostra piccola penisola.
Insomma, la crisi dei rifiuti a Napoli è un esempio emblematico sia della centralità del fattore demografico nel disastro ecologico europeo, sia della sua sistematica negazione e rimozione. Certo, nella crisi napoletana operano anche altri cruciali fattori: e in primo luogo la corruzione e l'inettitudine di una dirigenza politica che si è presentata come artefice d'un nuovo Rinascimento della Campania mentre ripeteva fino alla nausea l'antico rituale del "panem et circenses" ed i vecchi sperperi del denaro rapinati ai contribuenti del settore privato. Ma la pressione della sovrappopolazione è evidente nel napoletano ormai da decenni. Basterà ricordare che la popolazione di Napoli (ove il Vomero, oggi un quartiere urbano centrale, era luogo di villeggiatura estiva ancora agli inizi del `900) è quintuplicata in cent'anni, come quella del Terzo Mondo, e che tutto l'anello della Circumvesuviana è dagli anni '50 un'ininterrotta sequenza di muri e case, come le più affollate contrade giapponesi.

E il carattere stesso della crisi odierna, come di quelle che l'hanno preceduta, proclama le sue radici demografiche. Non si tratta infatti di una crisi di rifiuti industriali, ma di rifiuti umani, cioè di cataste d'immondizie prodotte da una popolazione assurdamente addensata tra i monti e il mare. E i semplici numeri raccolti da una mia brava collaboratrice, Giovanna Mollace, ce lo confermano ampiamente. La provincia di Napoli, sede delle periodiche crisi periodicamente deplorate dalla popolazione e dalle dirigenze, ha una densità demografica di oltre 2.600 abitanti per kmq., cioè quasi dieci volte (ripeto, quasi dieci volte)
più alta della media delle altre province italiane e quasi 20 volte più alta della media nazionale, che già piazza l'Italia ai primi posti nella densità europea, a sua volta insuperata da quella d'ogni altro continente. La città e la periferia di Napoli, infine, superano la densità di 8.500 abitanti per kmq., che ne fa una seria concorrente di Gerusalemme ove, non a caso, gli umani si scannano da duemila anni in nome della misericordia giudaica, cristiana e islamica. Ma di questa cruciale componente demografica della crisi ecologica, economica e sociale napoletana nessuna autorità politica o religiosa partenopea ha mai
detto o dice una sola parola. Al contrario, tutte quelle autorità sono impegnatissime a spalancare le porte all'immigrazione e ad incentivare la prolificità dei napoletani. Quale prova migliore delle radici psicologiche, anzi psicopatologiche, del disastro?






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