LA SCOMPARSA DEGLI ANIMALI
                                                       

   di Alex Arrigoni                                                                         
                                                                         



La scomparsa degli animali è un fatto... di una gravità senza precedenti. Il loro carnefice ha invaso il paesaggio, non c'è posto che per lui. L'orrore di vedere un uomo là dove si poteva contemplare un cavallo!
E. M. Cioran, Il funesto demiurgo

[...]In effetti Cioran ha ragione. Il problema dello specismo (il sentirci la specie superiore) ha forgiato - secondo diversi antropologi - la distinzione noi/altri in chiave razzista e sciovinista (sia sul piano epistemologico, cognitivo e poi culturale e sociale). Questo naturalmente non vale solo per noi "occidentali" (euro-americani) ma per i popoli di (quasi) tutte le culture. Vi sono esempi di antropocentrismo più "dolce" (vedi taoismo, buddismo, gianismo e parte dell'induismo) ma certamente l'espansione della specie umana (varie ondate a partire da 120-150mila anni fa Cfr. Telmo Pievani "Homo Sapiens e altre catastrofi") ha coinciso con la sparizione di centinaia di altre specie animali (cfr. Jared Diamond, "Armi acciaio e malattie", Einaudi 1998) e solo oggi comincia a essere messa in discussione seriamente (cfr. Jim Mason, "Un mondo sbagliato", Ed. Sonda 2007). Tale espansione sarebbe coincisa con l'ascesa della cultura della carne (cfr. Jeremy Rifkin, Ecocidio, Mondadori 2001) che rappresenta massimamente (sul piano simbolico e fisico-spaziale) il dominio della natura (femmina) da parte dell'uomo (maschio), nella visione del mondo agri-culturale e pastorale (un mix di filosofia giudaico-cristiana e di stoicismo greco secondo Mason) che oggi tutti quanti noi condividiamo senza nemmeno rendercene conto e che avrebbe portato alla sovrappopolazione attuale (fenomeno del tutto senza controllo data la sua auto-implementazione esponenziale grazie all'intervento delle culture sul già  forte schema riproduttivo biologico della nostra specie).

Se pensiamo - per fare solo un esempio - che oggi sono in vita soltanto l'1% delle balene che c'erano soltanto 150 anni fa, possiamo renderci conto che la flessione delle specie "selvatiche" è direttamente proporzionale all'esplosione demografica umana. Permettiamo di vivere soltanto a quegli animali che usiamo per i nostri scopi di base (alimentazione, vestiario, divertimento (caccia, circhi, delfinari ecc)). Nei confronti degli animali, la maggior parte degli umani è nazista (si comporta come i nazisti, cfr. Charles Patterson, "Un'Eterna Treblinka"). Inoltre, una mucca di allevamento intensivo consuma risorse (acqua, granaglie, spazio e petrolio) come 9 occidentali ricchi. Sulla terra ci sono 1,4 miliardi di bovini allevati intensivamente, solo loro consumano come altri 9 miliardi di occidentali. Per non calcolare poi l'impatto dei maiali e del bestiame "minore" (la Nuova Zelanda è stata completamente disboscata per fare posto alle greggi di pecore).

Ecco perché quando si parla di decrescita, oggi come oggi, è necessario pensare a decrescere due cose fondamentali (molto più importanti del chiudere il rubinetto quando ci si lava i denti):
DECRESCERE di numero (smettere di fare figli e di considerare i figli come una risorsa per pagare le pensioni - o per lavorare nelle fabbriche del II e III mondo - perché non è così);
DECRESCERE per impatto ambientale alimentare, il che significa, prima di tutto, diminuire (almeno del 40% dice l'OMS) i consumi di carne e derivati animali (compresi latticini e uova, non crediamo alle balle delle galline allevate a terra, specie nei Paesi in "via di sviluppo");





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