PIANO MARSHALL PER L'AFRICA
                                                      

   di Alberto Ronchey                                                                         Corriere della Sera 
                                                                         


L'Africa oltre le regioni mediterranee, secondo antiche tradizioni occidentali e prima del colonialismo, era solo da circumnavigare. Oggi è vicina, incombe sull'Europa. Le fughe in massa dal continente profondo, anche
subsahariano, sembrano inarrestabili malgrado risorse come il petrolio della Nigeria o le disparate materie prime del Congo. E dal Nordafrica il flusso della migrazione illegale si cronicizza su due fronti, l'Italia e la Spagna. Dalla Libia, che non può presidiare 4.500 chilometri di confini desertici lungo il Sahara, il traffico dei
clandestini sbarca o naufraga su Lampedusa e sulla Sicilia come avamposto meridionale dell'Europa. Ma Gheddafi, tuttora, non accetta che siano le motovedette italiane a controllare le coste libiche. In quanto alla
Spagna, ora il traffico investe le Canarie per estendersi all'Andalusia non più dal Marocco, ma
dalla Mauritania o dal Senegal dopo che Aznar e Zapatero hanno sbarrato lo Stretto di Gibilterra insieme con Ceuta e Melilla. Respingere i clandestini, dopo gli sbarchi, è un compito d'estrema difficoltà. È
raro, infatti, che l'immigrazione illegale sia munita di documenti utili a identificare le nazionalità e procedere ai rimpatri. Anche per questa ragione, in Italia, i controversi "centri di permanenza temporanea" risultano
sovraffollati e inadeguati. Ma per arginare "l'invasione", non sarà certo sufficiente qualsiasi aggravio di pena contro gli operatori del contrabbando di uomini.
La questione africana richiede ormai misure complesse, poiché non bastano i soccorsi urgenti alle aree afflitte da miseria estrema, o le più efficaci condanne d'ogni fornitura di armi alle guerre tribali. Per trattenere "l'Africa in Africa" e contrastare il flusso migratorio, sarebbe doveroso abbattere o almeno ridurre le barriere doganali europee che soffocano le produzioni agricole di quelle terre, anche affrontando la prevedibile opposizione delle imprese agrarie francesi e tedesche o italiane. Ma sarebbe concepibile forse una coordinata strategia europea, secondo un programma comune per l'Africa sia pure non paragonabile allo storico Piano Marshall già dedicato all'Europa postbellica in un contesto economico e culturale tanto diverso. L'Ue non può assumersi oneri commisurati alla promozione di quell'intero e popoloso continente, ma può investire nelle aree di possibile o più verosimile sviluppo, non governate da oligarchie irresponsabili.
Sull'entità complessiva della questione, fra l'altro è inevitabile ricordare ancora una volta che gli africani, oggi 852 milioni, venivano stimati un secolo fa intorno a 107 milioni e secondo gli storici dell'economia vivevano in condizioni di sussistenza migliori. «È la proliferazione umana, senza nessuna forma di contraccezione, la causa maggiore della crescente miseria nella desertificazione o nell'arretratezza economica, dunque della "grande fuga". Ma ripeterlo è come gridare in fondo a un pozzo. Prevalgono i generici e caritativi appelli a "salvare l'Africa", senza precisare come, in quale misura, con quali mezzi e a cominciare da dove. Ma si salva soltanto l'eloquenza, o l'ostentata buona coscienza dei pubblici ammonitori ispirati da fedi o ideologie che spregiano l'empiria e l'oggettiva considerazione dei dati essenziali.»

                                                   
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