DEBELLARE LA POVERTA' E STABILIZZARE LA POPOLAZIONE
                                                      

   di Lester Brown (fondatore del Worldwatch Institute)                                                 da "Piano B, 4.0" 
                
                                                       



Il nuovo secolo era iniziato con un segnale di speranza: i paesi appartenenti alle Nazioni Unite si erano proposti l’obiettivo di dimezzare, entro il 2015, il numero di coloro che vivono al di sotto della soglia di povertà. All’inizio del 2007 il mondo sembrava essere sulla buona strada nel raggiungimento di questo traguardo, ma dopo il dilagare della crisi economica e con prospettive sempre più incerte, gli sforzi in questa direzione dovrebbero essere rafforzati.
Tra tutte le nazioni, la Cina è quella che ha riportato i successi più evidenti nella lotta all’indigenza. Il numero di cinesi che vivono in estrema povertà è sceso da 685 milioni nel 1990 a 213 milioni nel 2007. Con una crescita demografica limitata, la percentuale dei suoi abitanti sotto la soglia dell’indigenza si è ridotta dal 60 al 16%, un risultato impressionante da ogni punto di vista.
I progressi dell’India sono meno netti. Tra il 1990 e il 2007, il numero di indiani in povertà è leggermente aumentato, da 466 milioni a 489 milioni, ma si è verificata una riduzione in percentuale dal 51 al 42%. Nonostante la sua crescita economica, del 9% annuo negli ultimi 4 anni, e il forte supporto agli sforzi della collettività per sradicare la povertà da parte del primo ministro Manmohan Singh, l’India ha ancora molta strada da percorrere.
Il Brasile è riuscito a ridurre la povertà grazie al progetto denominato “Bolsa Familia”, fortemente sostenuto dal presidente Luiz Inácio Lula de Silva. Si tratta di un programma di assistenza che offre fino a 35 dollari al mese alle madri povere, a patto che mantengano i figli a scuola, li facciano vaccinare e visitare regolarmente. Tra il 1990 e il 2007 la percentuale di popolazione brasiliana al di sotto della soglia di indigenza è scesa dal 15 al 5%. Ne hanno beneficiato 11 milioni di famiglie, all’incirca un quarto degli abitanti del paese, e negli ultimi cinque anni il programma ha elevato del 22% il reddito delle famiglie. In confronto, i redditi dei contribuenti più ricchi sono cresciuti soltanto del 5%. Rosani Cunha, direttrice del programma a Brasilia, ha osservato che “sono davvero pochi i paesi che sono riusciti a ridurre contemporaneamente diseguaglianze e povertà”.
Molti paesi del Sudest asiatico, come la Thailandia, il Vietnam e l’Indonesia hanno compiuto progressi notevoli. Questi risultati nel continente asiatico sembravano confermare che, salvo imprevisti economici di più ampia scala, la povertà avrebbe potuto essere dimezzata entro il 2015, obiettivo incluso tra i Millennium Development Goal (Obiettivi di Sviluppo del Millennio) delle Nazioni Unite. Infatti, in una valutazione del 2008, la Banca Mondiale affermava che tutte le regioni in via di sviluppo, con l’evidente eccezione dell’Africa subsahariana, si stavano muovendo nella giusta direzione per ridurre entro il 2015 la percentuale di coloro che vivono al di sotto della soglia di povertà.

Tuttavia, questa valutazione ottimistica è stata presto modificata. All’inizio del 2009, la Banca Mondiale ha dichiarato che, tra il 2005 e il 2008, l’incidenza della povertà è aumentata nell’Estremo e Medio Oriente, nell’Asia Meridionale e nell’Africa subsahariana, soprattutto in conseguenza dell’aumento dei prezzi dei generi alimentari che ha colpito duramente i più poveri. A questo fenomeno si è aggiunta la crisi economica globale che ha drammaticamente aumentato le fila dei disoccupati e ha ridotto i flussi delle rimesse da parte dei parenti emigrati all’estero. Secondo le stime dalla Banca Mondiale, il numero di coloro che vivono in “estrema povertà”, ovvero con meno di 1,25 dollari al giorno, è aumentato di almeno 130 milioni di individui. La Banca Mondiale ha osservato che “44 milioni di bambini potrebbero aver riportato danni fisici e cognitivi permanenti causati dalla malnutrizione come conseguenza del rincaro dei generi alimentari avvenuto nel corso del 2008”.
Gli 820 milioni di abitanti dell’Africa subsahariana stanno scivolando verso uno stato di indigenza ancora più profondo. Fame, analfabetismo e malattie sono in aumento, annullando parzialmente i risultati raggiunti in Cina e in Brasile. Anche i paesi inclusi nel gruppo degli stati in fallimento stanno facendo dei passi indietro. Secondo la Banca Mondiale, infatti, il numero di persone che vivono in condizioni di povertà estrema in questi stati è raddoppiato rispetto al 1990.
Oltre alla lotta all’indigenza, gli altri Obiettivi del Millennio prevedono di dimezzare il numero di coloro che soffrono la fame e che non hanno accesso all’acqua potabile, di garantire l’educazione primaria universale e di contrastare la diffusione delle malattie infettive, in particolare della malaria e dell’HIV. Strettamente correlati sono poi gli obiettivi della riduzione della mortalità materna di tre quarti, e di due terzi quella dei bambini al di sotto dei 5 anni.
Sotto il profilo dell’alimentazione, è cresciuto il numero delle persone affette da fame e malnutrizione. Si è così invertita la tendenza che ha caratterizzato la seconda metà del XX secolo, e si è passati dagli 825 milioni della metà degli anni Novanta, a circa 850 milioni nel 2000 fino a oltre un miliardo nel 2009. A questo aumento hanno contribuito una serie di fattori, ma il principale è senz’altro la massiccia conversione di grano in etanolo nelle raffinerie americane. I cereali usati negli Stati Uniti nel 2009 per la sintesi di carburante per autotrazione avrebbero potuto nutrire 340 milioni di persone per un anno.
L’obiettivo di dimezzare entro il 2015 la percentuale di coloro che soffrono la fame non appare raggiungibile se persevereremo nel modello economico consueto. Di contro, il numero di bambini che accedono all’istruzione primaria sembra in crescita, ma gran parte dei progressi sono concentrati in pochi grandi paesi, tra i quali l’India, il Bangladesh e il Brasile.

Quando le Nazioni Unite hanno delineato gli Obiettivi di Sviluppo del Millennio, hanno omesso qualsiasi riferimento relativo alla pianificazione familiare e demografica, nonostante, come si legge nel rapporto di una Commissione interparlamentare britannica del gennaio 2007, “gli Obiettivi del Millennio saranno difficili o impossibili da raggiungere con gli attuali livelli di crescita demografica nei paesi e nelle regioni meno sviluppate”. Seppur tardivamente, le Nazioni Unite hanno in seguito approvato un nuovo obiettivo che mira all’accesso universale ai servizi di salute riproduttiva entro il 2015.
In qualunque paese, l’unica alternativa praticabile è quella di puntare a una media di due figli per coppia. Ogni popolazione che cresce di numero in maniera incontrollata sopravanza i suoi naturali mezzi di sostentamento. E ogni popolazione che diminuisce costantemente nel lungo periodo è destinata a scomparire.
In un mondo sempre più integrato, con un numero crescente di paesi in difficoltà, eliminare la povertà e stabilizzare la popolazione sono diventati questioni di sicurezza nazionale. Rallentare la crescita demografica aiuta a sradicare la povertà e le sue conseguenze, ed eliminare l’indigenza aiuta a rallentare la crescita della popolazione. Con un tempo così limitato per arrestare il declino dei sistemi naturali di supporto all’economia, è evidente l’urgenza di muoversi simultaneamente su entrambi i fronti.

[…]

Stabilizzare la popolazione

Ad oggi esistono due tipologie di paesi in cui la popolazione sta diminuendo: in alcuni ciò è dovuto a un calo della fertilità, in altri a un aumento della mortalità. Al primo gruppo appartengono 33 paesi con 674 milioni di abitanti, la cui popolazione è essenzialmente stabile o in lieve declino a causa di una riduzione delle nascite. Nei paesi con i più bassi tassi di fertilità, tra i quali troviamo il Giappone, la Russia, la Germania e l’Italia, la popolazione probabilmente diminuirà in maniera avvertibile nei prossimi cinquant’anni.
Il secondo gruppo, comprendente le nazioni la cui popolazione sta diminuendo per un aumento del tasso di mortalità, è relativamente nuovo. Le proiezioni del 2008 del Population Reference Bureau di Washington mostrano che in due paesi di questo gruppo, Lesotho e Swaziland, si combinano alti tassi di infezione da HIV e fame diffusa. Purtroppo, è possibile che molti altri paesi a basso reddito entreranno a far parte di questo gruppo in futuro, a mano a mano che la popolazione sopravanzerà le risorse idriche e territoriali disponibili.
Oltre ai 33 paesi con popolazioni essenzialmente stabili o in declino, esiste un altro gruppo di paesi, tra cui Cina e Stati Uniti, in cui il tasso di fertilità è sceso al livello di ricambio o appena al di sotto. Tuttavia, dato che un gran numero di giovani sta entrando nell’età riproduttiva, queste popolazioni sono ancora in crescita. A mano a mano però che queste fasce di popolazione invecchieranno, si raggiungerà un livello di stabilità. I 29 paesi inclusi in questa categoria contano complessivamente 2,5 miliardi di abitanti.
In forte contrasto con queste situazioni, si prevede che la popolazione di un ampio gruppo di paesi continuerà a espandersi negli anni a venire. In Etiopia, Repubblica Democratica del Congo e Uganda sarà più che raddoppiata entro il 2050.
Le proiezioni delle Nazioni Unite considerano tre possibili scenari correlati ai livelli di fertilità. La proiezione media, quella più comunemente usata, prevede che la popolazione mondiale raggiungerà i 9,2 miliardi di persone entro il 2050. La più alta calcola 10,8 miliardi. La più bassa, invece, presume che il tasso di fertilità mondiale scenderà rapidamente al di sotto del livello di ricambio, 1,5 figli per coppia entro il 2050, e ipotizza un massimo di 8 miliardi nel 2042, seguito poi da un declino. Se vogliamo eliminare la povertà, la fame e l’analfabetismo non ci resta che la terza opzione.

Per rallentare la crescita demografica mondiale occorre che tutte le donne che desiderino pianificare le proprie gravidanze possano accedere agli appositi servizi di pianificazione familiare. Sfortunatamente, ad oggi 201 milioni di donne non hanno questa opportunità. L’ex funzionario dell’Agency for International Development degli Stati Uniti, J. Joseph Speidel, ha affermato che “se chiedete agli antropologi che soggiornano e lavorano nei villaggi a contatto con la popolazione indigente, questi spesso rispondono che le donne vivono nel terrore della loro prossima gravidanza. Semplicemente non vogliono restare incinte”.
La buona notizia è che i paesi che vogliono aiutare le coppie a pianificare le nascite possono farlo rapidamente. La mia collega Janet Larsen scrive che in un decennio l’Iran ha ridotto il suo tasso di crescita demografica fino a farlo diventare uno dei più bassi tra i paesi in via di sviluppo. Quando l’ayatollah Khomeini salì al potere in Iran nel 1979, smantellò immediatamente il programma in corso di pianificazione familiare, invitando invece all’allargamento delle famiglie. Durante la guerra con l’Iraq, tra il 1980 e il 1988, Khomeini desiderava famiglie numerose per incrementare i ranghi dei soldati, con l’obiettivo di avere un esercito di 20 milioni di uomini.
In risposta al suo invito, i livelli di fertilità si impennarono, spingendo l’incremento annuale della popolazione iraniana a un picco di crescita del 4,2% nei primi anni Ottanta, un livello vicino al massimo biologico. Quando questa crescita sproporzionata iniziò a sovraccaricare l’economia e l’ambiente, i leader del paese capirono che il sovraffollamento, il degrado ambientale e la disoccupazione stavano minando il futuro dell’Iran.
Nel 1989 il governo tornò sui suoi passi e ripristinò il programma di pianificazione familiare. Nel maggio del 1993 venne approvata un’apposita legge nazionale. Al fine di incentivare la formazione di nuclei familiari più piccoli vennero poi investite le risorse di diversi ministeri, tra cui quello dell’Istruzione, della Cultura e della Salute. Ai mezzi di comunicazione iraniani fu affidata la responsabilità di far crescere nella popolazione la consapevolezza su questi temi e di promuovere i servizi di pianificazione familiare. Vennero aperte circa 15 mila cliniche che fornivano servizi sanitari e familiari alle popolazioni rurali. I leader religiosi furono coinvolti direttamente in quella che rappresentò una crociata per promuovere nuclei familiari meno numerosi. L’Iran introdusse un’intera gamma di misure contraccettive, inclusa la possibilità di sterilizzazione maschile, e fu il primo tra i paesi musulmani a farlo. Divennero gratuite tutte le forme di controllo delle nascite, tra cui i mezzi di contraccezione come la pillola e la sterilizzazione. Di fatto, l’Iran fu un pioniere in questo ambito, ed è l’unico paese nel quale le coppie sono obbligate a seguire un corso sulla moderna contraccezione prima di avere il permesso di sposarsi.
Oltre alle misure specificamente sanitarie è stato intrapreso un intervento su larga scala per aumentare l’alfabetizzazione femminile, che è salita dal 25% nel 1970 a più del 70% nel 2000. Le iscrizioni scolastiche femminili sono aumentate dal 60 al 90%. La televisione è stata utilizzata per diffondere informazioni sulla pianificazione familiare in tutto il territorio nazionale, dato che gli apparecchi sono presenti nel 70% delle residenze rurali. In conseguenza di questa politica, la famiglia iraniana media è diminuita da sette figli a meno di tre. Dal 1987 al 1994 l’Iran ha dimezzato il suo tasso di crescita demografica raggiungendo un risultato sorprendente.
Mentre l’attenzione dei ricercatori si è focalizzata sul ruolo dell’istruzione nella riduzione della fertilità, le soap opera radiofoniche o televisive possono essere ancora più efficaci nel modificare l’atteggiamento delle persone nei confronti della salute riproduttiva, della parità dei sessi, della dimensione della famiglia e della protezione ambientale. Una soap opera ben scritta può esercitare effetti notevoli sulla crescita demografica. Inoltre, è relativamente economica da realizzare e può essere utilizzata mentre vengono ampliati i sistemi di istruzione.
L’efficacia di questo approccio è stata dimostrata da Miguel Sabido, vicepresidente di Televisa, un canale televisivo messicano che ha lanciato una serie di soap opera sull’analfabetismo. In uno degli episodi, uno dei protagonisti della serie si reca in un ufficio di alfabetizzazione per imparare a leggere e scrivere, e il giorno dopo circa 250 mila persone hanno visitato agli uffici di Mexico City. Dopo aver visto la serie, circa 840 mila messicani si sono iscritti a corsi di alfabetizzazione. Sabido ha affrontato il tema della contraccezione in una soap opera intitolata Acompáñeme, che significa “Vieni con me”. Nel giro di un decennio, questa serie ha contribuito alla riduzione del tasso di natalità messicano del 34%. [...]

I costi dei servizi di salute riproduttiva e pianificazione familiare sono bassi se confrontati con i benefici che apportano. Joseph Speidel stima che la loro diffusione a tutte le donne dei paesi a basso reddito richiederebbe circa 17 miliardi di dollari in fondi addizionali, sia da parte dei paesi industrializzati sia di quelli in via di sviluppo.
Le Nazioni Unite hanno stimato che se i 201 milioni di donne che oggi non hanno accesso a efficaci misure contraccettive potessero usufruirne, si potrebbero prevenire ogni anno 52 milioni di gravidanze non desiderate, 22 milioni di aborti provocati e 1,4 milioni di decessi neonatali. In parole povere, la necessità di colmare le carenze nei servizi di pianificazione familiare dovrebbe essere il tema più urgente nell’agenda globale. Un fallimento su questo punto potrebbe comportare costi sociali enormi, maggiori di quanto si possa accettare.
Il passaggio a famiglie meno numerose porta inoltre dividendi economici più generosi. Per il Bangladesh, ad esempio, gli analisti hanno concluso che per ogni 62 dollari investiti dal governo nella prevenzione delle nascite indesiderate si risparmiano 615 dollari di spese in altri servizi sociali. Investire nella salute riproduttiva e nella pianificazione familiare lascia più risorse finanziarie a disposizione per l’istruzione e la salute di ogni bambino, accelerandone così il processo di uscita dalla povertà. Se i paesi donatori potessero garantire alle coppie di ogni paese l’accesso a questi servizi, ciò si tradurrebbe in un considerevole ritorno nel campo dell’istruzione e della salute.
L’aiuto a quelle nazioni che vogliono rallentare la crescita della propria popolazione porta a quello che gli economisti chiamano “bonus demografico”. Quando i paesi passano rapidamente a una struttura sociale in cui prevalgono i nuclei familiari piccoli, anche il numero dei giovani individui dipendenti, ovvero coloro che hanno bisogno di cure e istruzione, diminuisce in relazione al numero di adulti in età lavorativa. In questa situazione, la produttività cresce, i risparmi e gli investimenti aumentano e la crescita economica è più rapida.
Il Giappone, che ha dimezzato la sua crescita demografica tra il 1951 e il 1958, è stato uno dei primi paesi a beneficiare del bonus demografico. Successivamente, prima la Corea del Sud e Taiwan, e più di recente la Cina, la Thailandia e il Vietnam, hanno goduto dei benefici dell’evidente riduzione dei tassi di natalità. Questo effetto ha una durata limitata a pochi decenni, che sono tuttavia sufficienti a rilanciare un paese verso la modernizzazione. Infatti, escludendo solo alcuni paesi ricchi di petrolio, non c’è stato paese a basso reddito che si sia sviluppato con successo senza aver prima rallentato la crescita demografica.

[…]

Un’agenda e un budget per sconfiggere la povertà

Per eliminare la povertà sono necessari interventi molto più ampi dei soli programmi di aiuto internazionale. Queste misure includono la cancellazione del debito, di cui i paesi più poveri hanno bisogno per sfuggire alla povertà, e la revisione del sistema dei sussidi all’agricoltura nei paesi donatori. Un settore agricolo orientato all’esportazione può essere una via per uscire dall’indigenza. Purtroppo, per molti paesi a basso reddito, questa strada è preclusa a causa dei sussidi che i paesi donatori erogano a se stessi. Gli incentivi all’agricoltura industriale, che ammontano a 258 miliardi di dollari, equivalgono al doppio dei flussi di denaro destinati dai paesi donatori all’assistenza allo sviluppo.
Questi sussidi incoraggiano la sovrapproduzione di prodotti agricoli, che sono poi venduti all’estero grazie a ulteriori incentivi alle esportazioni. Il risultato è una riduzione dei prezzi su scala mondiale, in particolare per quel che riguarda zucchero e cotone, prodotti sui quali i paesi a basso reddito hanno più da perdere. Nonostante l’Unione Europea fornisca più della metà dei 120 miliardi di dollari di aiuti globalmente erogati da tutti i paesi, gran parte del vantaggio economico derivato nel passato da questi interventi è stato compensato dal deprezzamento annuale, da parte dell’UE, di circa 6 milioni di tonnellate di zucchero sul mercato mondiale. Fortunatamente, nel 2005 l’Unione europea ha annunciato che ridurrà del 40% i sussidi ai produttori di zucchero, diminuendo così le proprie esportazioni a 1,3 milioni di tonnellate nel 2008.
Allo stesso modo, i sussidi alla produzione garantiti agli agricoltori americani hanno consentito loro di esportare cotone a basso prezzo. E dal momento che gli Stati Uniti sono il principale esportatore mondiale di questo prodotto, questi incentivi abbassano il prezzo per tutti gli esportatori di cotone. Di conseguenza, i sussidi americani a questo tipo di coltura sono stati denunciati con vigore da quattro paesi produttori di cotone dell’Africa centrale: il Benin, il Burkina Faso, il Ciad e il Mali. Inoltre, il Brasile si è opposto con successo agli incentivi statunitensi all’interno della World Trade Organization (WTO), ed è riuscito a convincere la giuria del WTO che questi sussidi hanno depresso i prezzi mondiali del prodotto e danneggiato i produttori brasiliani.
Dopo il verdetto del WTO a favore del Brasile nel 2004, gli Stati Uniti hanno fatto qualche tentativo formale di adeguarsi, ma il WTO si è nuovamente pronunciato a favore del Brasile nel dicembre 2007, concludendo che i sussidi americani stavano ancora deprimendo i prezzi mondiali del mercato del cotone. I paesi donatori non possono più permettersi politiche agricole che intrappolano nella povertà milioni di persone nei paesi beneficiari, tagliando la loro principale via di fuga.
Mentre la gran parte degli incentivi americani abbassano i prezzi delle esportazioni dai paesi in via di sviluppo, quelli per la conversione di cereali in etanolo innalzano il prezzo dei cereali, che molti paesi a basso reddito sono costretti a importare. Nei fatti, i contribuenti americani stanno sovvenzionando un aumento della fame nel mondo.

La cancellazione del debito è un’altra componente essenziale nel più vasto sforzo di sradicamento della povertà. Ad esempio, nell’Africa subsahariana la spesa per estinguere il debito è quattro volte maggiore di quella sanitaria: cancellare il debito può aiutare a migliorare gli standard di vita in quello che è l’ultimo bastione dell’indigenza.
Nel luglio del 2005, i capi dei paesi industrializzati del G8, incontratisi a Gleneagles, in Scozia, hanno acconsentito alla cancellazione del debito multilaterale che molti dei paesi più poveri avevano contratto con la Banca Mondiale, il Fondo monetario internazionale e la Banca africana di Sviluppo. Questa iniziativa mirava ad aiutare i paesi più deboli a raggiungere gli Obiettivi del Millennio. L’intervento ha avuto un impatto diretto sui 18 paesi (14 in Africa e 4 in America Latina) più poveri e oppressi dal debito, offrendo loro una nuova opportunità di vita.
L’anno dopo l’incontro di Gleneagles, Oxfam International ha comunicato che il Fondo monetario internazionale ha cancellato il debito di 19 paesi, il primo importante passo avanti verso la sua eliminazione stabilita al meeting del G8. Per lo Zambia, la cancellazione dei 6 miliardi di debito ha consentito all’ex presidente Levy Mwanawasa di annunciare che le cure sanitarie di base sarebbero state, da quel momento in poi, gratuite. Nelle parole di Oxfam: “Il privilegio di pochi diventa il diritto di tutti”. Nell’Africa orientale, il Burundi ha annunciato che avrebbe eliminato le tasse scolastiche, permettendo a 300 mila bambini di famiglie povere di iscriversi a scuola. In Nigeria, il debito cancellato è stato usato per creare un fondo di azione contro la povertà e una parte è stata investita nella formazione di migliaia di insegnanti.
Nonostante la riduzione del debito, gli aiuti allo sviluppo da parte dei paesi donatori, in termini di percentuale del Pil, sono andati diminuendo nel 2006 e nel 2007. Pur essendo risaliti nel 2008, gli aiuti sono ancora 29 miliardi di dollari al di sotto dell’obiettivo di 130 miliardi per il 2010, stabilito dai governi nel 2005. La cattiva notizia è che molti di quegli stessi paesi oberati dal debito estero sono stati duramente colpiti dalla crisi economica globale che ha portato alla caduta dei prezzi delle esportazioni minerarie e delle rimesse dall’estero, oltre che dal rialzo dei prezzi delle importazioni di cereali.
La Banca Mondiale stima che gli aumenti dei prezzi del carburante e del cibo hanno spinto 130 milioni di persone al di sotto della soglia di povertà e le proiezioni suggeriscono che altri 53 milioni subiranno la stessa sorte nel 2009. Riferendosi alle difficoltà che molti paesi a basso reddito stanno sperimentando per raggiungere gli Obiettivi del Millennio, nel marzo 2009 il presidente della Banca Robert Zoellick ha detto che “ad oggi questi obiettivi appaiono ancora più distanti”.

I passi necessari per sradicare la povertà e accelerare il passaggio a famiglie meno numerose sono chiari. È necessario colmare numerose carenze nei finanziamenti, tra cui quelli: per ottenere l’istruzione primaria universale; per combattere le malattie infantili e quelle infettive; per fornire servizi di salute riproduttiva e di pianificazione familiare; per contenere l’epidemia di HIV. Complessivamente, il costo delle iniziative presentate in questo capitolo è stimato intorno ai 77 miliardi di dollari l’anno:
- istruzione primaria universale: 10 (miliardi di dollari)
- eliminazione dell’analfabetismo negli adulti: 4
- programmi di pasti scolastici nei 44 paesi più poveri: 6
- assistenza all’infanzia e alle donne in gravidanza nei 44 paesi più poveri: 4
- salute riproduttiva e pianificazione familiare: 17
- assistenza sanitaria di base universale: 33
- compensazione del deficit delle forniture di profilattici: 3
Totale: 77 miliardi di dollari.
Gli investimenti più costosi in questa lotta sono quelli relativi all’istruzione e alla salute, che sono basilari sia per lo sviluppo del capitale umano sia per la stabilizzazione della popolazione. L’istruzione include l’educazione primaria universale e una campagna globale per eliminare l’analfabetismo negli adulti. Le cure sanitarie includono gli interventi di base necessari al controllo delle malattie infettive, iniziando dalle vaccinazioni infantili.
Come ci ricorda regolarmente Jeffrey Sachs, economista alla Columbia University, per la prima volta nella storia abbiamo a disposizione le tecnologie e le risorse finanziarie per sconfiggere la povertà. Gli investimenti nell’istruzione, nella salute e delle mense scolastiche forniscono una risposta umanitaria alle necessità dei paesi più poveri del mondo. Ma quel che è più importante, sono investimenti che contribuiranno a invertire le tendenze demografiche e ambientali che stanno minando le basi della nostra civiltà.




Documentazione
GEOPOP
popolazione e ambiente in equilibrio