IL PELLEGRINAGGIO AI LUOGHI DELLA RIMEMBRANZA
                                                      

   di Heinrich Maetzke                                                                    Neue Zürcher Zeitung 
                                                                         


Nella battaglia della Somme cadde oltre un milione di soldati. La più sanguinosa battaglia della storia.
Il 1° luglio 1916, alle 7 e mezzo, con l'esplosione della mina ebbe inizio l'assalto assurdo e inutile alle linee tedesche. Dopo due anni di guerra di posizione e cinque mesi dopo il macello di Verdun il comandante supremo delle truppe britanniche, il generale Douglas Haig, credette di poter sfondare le linee tedesche. Il primo giorno caddero 20'000 soldati britannici, 8'000 dei quali nella prima mezz'ora. La Gran Bretagna non si è ancora ripresa fino ad oggi dallo shock. A questo terribile inizio fecero seguito altri quattro mesi e mezzo altrettanto spaventosi durante i quali i britannici persero centinaia di migliaia di uomini per avanzare al massimo di qualche chilometro, ma il più delle volte solo di qualche metro. Allorché il generale Haig comandò la fine delle ostilità a metà novembre si contarono 400'000 vittime tra i britannici, 200'000 fra i francesi e 600'000 fra i tedeschi: dilaniati, dissanguati, dispersi. La più sanguinosa battaglia della storia.
Per i britannici, i canadesi, gli australiani, i neozelandesi e i sudafricani la Somme rappresenta ciò che Verdun è per i francesi e i tedeschi. Per questo ancor oggi arrivano in Piccardia i discendenti di veterani e caduti per un pellegrinaggio ai campi di battaglia, una visita ai cimiteri molto ben curati, ai monumenti che informano e rendono pensosi. Su una piccola croce posta sulla base di un monumento che ricorda la fine del reggimento del Galles nei pressi di Mametz si legge: "Vi pensiamo sempre. Con affetto Matthew, pronipote." A un tiro di sasso sorge il boschetto conquistato dai gallesi dopo otto giorni di stragi. Il cane da caccia di un vicino, racconta la guida, rifiuta di inoltrarsi lì dentro.
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Perché? La domanda accompagna ad ogni passo i turisti pellegrini. "Per salvare la libertà", risponde a Longueval una targa apposta al monumento per i caduti sudafricani. Ci crede sempre meno gente. Soprattutto gli australiani tendono a considerare, a distanza di novant'anni, non soltanto la battaglia della Somme, ma tutta la guerra come un'inutile strage. Nemmeno il museo franco-inglese-tedesco, che descrive così bene in tre lingue come la guerra segnò e cambio le società dei tre paesi, dà una risposta - né la vuol dare.
Ma una risposta sorge visitando i campi di battaglia - e dal solo numero dei cimiteri, delle tombe, dei caduti e dispersi. Nell'Europa dell'anteguerra vivevano molte persone, molte di più di quante potesse nutrirne il continente. Troppi non avevano prospettive, la pressione demografica era la forza che portò all'estensione dell'impero britannico e il vero motore della rivoluzione industriale. Ma questa non poteva tenere il passo con l'incremento demografico e la valvola di sfogo dell'emigrazione si chiuse parzialmente: nel 1890 gli Usa considerarono conclusa la colonizzazione del far west. Caprivi, il cancelliere del Regno e successore di Bismarck, dichiarò al Reichstag: "O esportiamo macchine o esportiamo uomini: questo è il dilemma." Prima della guerra, su 67 milioni di tedeschi, 46 avevano 30 anni o meno. In Inghilterra regnava una sensibile
disoccupazione.

La pressione demografica
Il nuovo secolo e l'era dell'anteguerra fu un'epoca di grandi aspettative - e di diffusa miseria. Nei sacrari della Somme il visitatore può leggere storie di grande povertà, di 15enni inglesi che si arruolavano volontari per poter mandare la paga militare ai fratelli per permettere loro di superare l'inverno. Non è che i popoli si fecero guerra per capriccio. Ma quando milioni di uomini in misere condizioni e senza prospettive decidono di mettersi in cammino, senza sapere dove andare, ragione e moderazione si smarriscono. Fu il caso nell'agosto del 1914.
Un secolo dopo questa spiegazione non può consolare il pellegrino ai luoghi della memoria sulla Somme: anzi, non può che incutere terrore. Perché ad appena tre ore di volo in direzione sud-est, sull'altra sponda del Mediterraneo, una pressione demografica di inimmaginabili dimensioni rende instabile e inquieta tutta la regione medio-orientale, anzi l'intero mondo islamico. 40 anni fa il più popoloso paese arabo, l'Egitto, contava appena 30 milioni di abitanti: oggi sono quasi 80 milioni e saranno 130 nel 2050. Un egiziano su due ha meno di 20 anni. Nei territori palestinesi il tasso di natalità è di 6 bambini per donna. Quasi il 50 per cento degli abitanti di Gaza e della Cisgiordania ha meno di 15 anni - milioni di giovani senza lavoro, formazione, prospettive. La popolazione palestinese potrebbe aumentare entro il 2050 dagli attuali 3,6 milioni a oltre 11 milioni. Prendiamo l'Iran: nel 1943, all'epoca della conferenza di Teheran, la capitale persiana contava 400'000 abitanti: oggi sono 12 milioni. Nel 1970 l'Iran contava 30 milioni di abitanti, oggi sono 68 milioni. Il 30 per cento degli iraniani hanno meno di 15 anni. Ogni anno 800'000 mila nuovi giovani cercano occupazione - in un mercato del lavoro già saturo.
La pressione demografica nel Medio Oriente supera ogni immaginazione: l'Europa non ha mai visto niente di simile. E i popoli del Medio Oriente devono affrontare la situazione in condizioni più difficili di quelle con cui si vide confrontata l'Europa 100 anni fa. L'emigrazione non è che un rigagnolo e non apporta sollievo, macchine da esportare non ne hanno. Hanno solo petrolio, gas ed alcuni prodotti agricoli. Ci vuole davvero un grande ottimismo per sperare che il mondo islamico - sotto la spinta tettonica della pressione demografica - possa oggi risolvere meglio e in modo più pacifico i problemi che dovette affrontare l'Europa 100 anni fa.
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