IL RITIRO DEI MOVIMENTI AMBIENTALISTI DAL SOSTEGNO ALLA STABILIZZAZIONE DELLA  POPOLAZIONE STATUNITENSE (1970-1998): UNA PRIMA BOZZA DI STORIA



di Roy Beck e Leon Kolankiewicz                                                               da "Oilcrash"



Gli anni intorno al 1970 hanno segnato l’inizio dell’età del moderno movimento ambientalista. Ora che il movimento entra nel suo quarto decennio, il cambiamento che forse colpisce di più è l’abbandono da parte dei gruppi ambientalisti nazionali della stabilizzazione della popolazione degli Stati Uniti intesa come obiettivo perseguito attivamente.
Come mai il movimento ambientalista americano è cambiato così radicalmente? Rispondere a questa domanda sarà una dura sfida per gli storici. Noi non siamo storici. Abbiamo speso la maggior parte delle nostre vite rispettivamente come giornalista e come scienziato ambientale. Ma agli storici che alla fine intraprenderanno il compito possiamo dare molti suggerimenti sul dove cercare.
Per cominciare a comprendere perché quel ritiro si è verificato e qual è il suo significato, è importante rivisitare il movimento degli anni ‘70 e le sue radici legate alla popolazione.

La questione popolazione e il movimento ambientalista degli anni ‘70
Verso il 1970, le tematiche della popolazione e dell’ambiente erano ampiamente e pubblicamente collegate. Nelle assemblee studentesche ambientali di tutt’America, i liceali del tempo potevano ascoltare ripetuti proclami riferiti alla necessità di arrestare la crescita della popolazione statunitense per ottenere dei risultati in campo ambientale; la più diffusa ed esplicita tra le ragioni addotte per la necessità di affrontare le questioni legate alla popolazione era il salvare l’ambiente. Il più noto gruppo della nazione che si occupa di popolazione, Zero Population Growth (ZPG) - fondato da biologi preoccupati dall’impatto catastrofico determinato sulla biosfera dalla presenza di un numero sempre crescente di esseri umani - era presentato anche come un gruppo ambientalista. Molti dei maggiori gruppi ambientalisti della nazione avevano considerato o consideravano il “controllo della popolazione” uno dei più rilevanti elementi base delle loro prescrizioni per l’America.
Come scrisse Stewart Udall (Segretario degli Interni durante le amministrazioni Kennedy e Johnson) in The Quiet Crisis: “Dave Brower [direttore esecutivo del Sierra Club] ha espresso il consenso del movimento ambientalista in materia nel 1966, quando disse ‘Sentiamo che non esiste una politica di preservazione in assenza di una politica sulla popolazione’”. Brower incoraggiò il biologo della Stanford University e cofondatore di ZPG Paul Ehrlich a scrivere The Population Bomb, pubblicato nel 1968, che superò perfino la pietra miliare di Rachel Carson, Silent Spring, nel divenire il più venduto libro sull’ecologia degli anni ‘60. La polemica di Ehrlich fece eco, amplificandole, alle preoccupazioni sulla popolazione precedentemente sollevate da due libri molto letti, entrambi pubblicati nel 1948 (Our Plundered Planet di Fairfield Osborn, presidente della Conservation Foundation, e Road to Survival di William Vogt, un ex ufficiale della Audubon Society, che più tardi divenne il direttore nazionale di Planned Parenthood).
L’apparente consenso tra i dirigenti del nascente movimento ambientalista fu affiancato, e rafforzato, da un diffuso accordo tra influenti ricercatori e studiosi di scienze naturali nel corso di tutti gli anni ‘60 e ‘70.  L’importanza attribuita all’arresto della crescita della propria popolazione da parte di ogni Paese non era confinato agli Stati Uniti. Nel 1972, la principale rivista ambientalista inglese, The Ecologist, pubblicò il clamoroso Blueprint for Survival, sostenuto da trentaquattro rinomati biologi, ecologi, dottori ed economisti, compresi Sir Julian Huxley, Peter Scott e Sir Frank Fraser-Darling. In relazione alla popolazione, il Blueprint affermava: “Per prima cosa, i governi devono prendere atto del problema e dichiarare il proprio impegno nel porre fine alla crescita della popolazione; questo impegno dovrebbe anche comprendere la fine dell’immigrazione.”
Gli organizzatori del primo Earth Day [Giornata della Terra], nel 1970, notano che la crescita della popolazione fu un tema centrale. La celebrazione, diffusa a livello nazionale, espresse una massiccia ondata popolare che aiutò a spronare il Congresso e le amministrazioni Nixon, Ford e Carter a mettere in atto un insieme di leggi ambientali a tutto tondo e a creare un burocrazia federale per implementare e rafforzare quelle e le altre che erano state promulgate negli anni ‘60. Due mesi dopo l’Earth Day, il First National Congress on Optimum Population and Environment tenne un convegno a Chicago. Gruppi religiosi - in particolar modo la Chiesa Metodista Unita e la Chiesa Presbiteriana - chiedevano a gran voce per ragioni etiche che il governo federale adottasse politiche che conducessero a una stabilizzazione della popolazione degli Stati Uniti. Il Presidente Nixon si rivolse alla nazione parlando dei problemi che avrebbe dovuto affrontare se la crescita della popolazione degli Stati uniti fosse continuata senza freni. Il primo gennaio del 1970, il Presidente convertì in legge il National Environmental Policy Act (NEPA), al quale ci si riferisce spesso come alla “Magna Carta ambientale” della nazione. Al Titolo I, la “Declaration of National Environmental Policy” cominciava: “Il Congresso, riconoscendo il profondo impatto delle attività umane sulle interrelazioni tra tutte le componenti dell’ambiente, in particolare le profonde influenze della crescita della popolazione…”. Più avanti, nel corso del 1970, il Presidente Nixon e il Congresso nominarono congiuntamente dei rappresentanti dell’ambiente, del lavoro, degli affari, degli studi, della demografia, della popolazione in una Commissione bipartitica sulla Crescita della Popolazione e sul Futuro Americano, presieduta da John D. Rockefeller III. Tra le sue scoperte, nel 1972 ci fu quella secondo la quale sarebbe stato difficile raggiungere i risultati ambientali stabiliti a quel tempo, a meno che gli Stati Uniti avessero iniziato a fermare la crescita della propria popolazione. Rockefeller scrisse che “una graduale stabilizzazione della nostra popolazione con mezzi volontari contribuirebbe significativamente alla capacità della nazione di risolvere i suoi problemi”.
Gli ambientalisti prevedevano di mettere in atto la transizione verso la stabilità degli Stati Uniti entro una generazione - entro il momento, cioè, in cui i figli degli attivisti che in quegli anni frequentavano i college sarebbero stati a loro volta al college. Il Sierra Club, per esempio, nel 1969 incitava “la gente degli Stati Uniti ad abbandonare l’obiettivo della crescita della popolazione e ad impegnarsi per limitare la quantità complessiva di abitanti della nazione, allo scopo di raggiungere l’equilibrio tra popolazione e risorse non oltre il 1990”.
Un’ampia coalizione di gruppi ambientalisti, nel 1970 produsse una risoluzione nella quale si affermava che “la crescita della popolazione è causa diretta dell’inquinamento e del degrado del nostro ambiente - aria, acqua e terreno - e amplifica i problemi fisici, psicologici, sociali, politici ed economici fino al punto da minacciare il benessere degli individui, la stabilità della società e la nostra stessa sopravvivenza”. Lo stesso gruppo si impegnava a “trovare, incoraggiare e implementare il prima possibile” le politiche e le attitudini che avrebbero condotto alla stabilizzazione della popolazione degli Stati Uniti.
L’enfasi degli ambientalisti in merito alla popolazione influenzò pesantemente i mezzi di comunicazione. I problemi di popolazione degli Stati Uniti venivano regolarmente trattati sulle prime pagine dei quotidiani, negli articoli di copertina delle riviste, nei notiziari televisivi della sera e perfino in intrattenimenti popolari quali il “Johnny Carson Show”. Improvvisamente, dopo oltre vent’anni di Baby Boom, i giornalisti ed i politici stavano trattando la crescita della popolazione come qualcosa che poteva e doveva essere domato, piuttosto che come una forza naturale inevitabile al di là dell’uomo e delle sue possibilità di controllo.
Nel 1998, però, la maggior parte di quell’interesse risulta scomparso, ma non perché la crescita della popolazione si sia arrestata, né perché i problemi che essa provoca siano stati risolti.

La questione mancante del 1998
Quando nell’ottobre 1998 la Society for Environmental Journalists tenne la sua conferenza annuale a Chattanooga, Tennessee, l’espansione urbana era un tema ricorrente. E, non sorprendemente, la crescita della popolazione negli Stati Uniti era una forza altrettanto potente di quanto era stata nel 1970: ogni anno si aggiungevano circa 2,5 milioni di Americani, con un tasso di crescita più rapido di quello di alcuni Paesi del Terzo Mondo e dieci volte superiore a quello europeo. Si trattava di un volume di crescita quasi pari a quello degli anni del Baby Boom, fenomeno che contribuì ad innescare il movimento ambientalista/popolazionista degli anni ‘70. Il sogno dell’Earth Day del 1970, secondo il quale la popolazione americana si sarebbe stabilizzata entro una generazione, non si era concretizzato.
Eppure, la crescita della popolazione era stranamente assente dalla maggior parte dei rapporti sull’espansione urbana e da un popolare incontro nel quale un gruppo di studio di giornalisti ed editori discusse l’ampia copertura da loro fornita relativamente ai problemi derivanti dall’espansione urbana in diverse parti del Paese, alle sue cause del fenomeno e alle possibili soluzioni. I convenuti parlarono di zonizzazione, pianificazione e scelte di stile di vita problematiche, ma non dei 25 milioni di nuovi residenti aggiunti ogni decennio - o della semplice quantità di spazio necessaria per fornire loro spazi abitativi, luoghi di lavoro, scuole, strade, impianti ricreativi, centri commerciali e altre infrastrutture. Sollecitati dal pubblico, tutti i convenuti si dichiararono d’accordo sul fatto che l’espansione urbana sarebbe molto meno distruttiva senza la massiccia crescita della popolazione che si stava verificando in America. E essi si dichiararono d’accordo sul fatto che la vita urbana e il degrado ambientale sarebbero stati immensamente differenti se dal 1970 non si fossero aggiunti 70 milioni di persone alla popolazione degli Stati Uniti.
Verso la fine degli anni ‘90, come nel 1970, i problemi che derivano dalla crescita della popolazione degli Stati Uniti costituivano notizie notevoli. Ma la crescita della popolazione, che ne è alla base, e le cause di quest’ultima venivano a malapena menzionate.
I giornalisti tendono a tenere conto dei gruppi di potere in competizione, per definire le questioni delle quali occuparsi. I gruppi economici costituiscono da sempre un estremo dello spettro, col loro spingere per una crescita della popolazione via via maggiore. C’è stato un tempo in cui i gruppi ambientalisti hanno costituito l’altro estremo dello spettro, col loro chiedere che non ci fosse crescita. Nel 1998, però, i gruppi ambientalisti non mettevano più in evidenza la popolazione intesa come qualcosa che una nazione può accettare o rifiutare. Quando venivano intervistati sull’espansione urbana, i dirigenti ambientalisti non tiravano in ballo il fattore popolazione.
Questa situazione si manifestò anche nel retro della stanza dell’hotel di Chattanooga ove ebbe luogo il convegno sull’espansione urbana. In quella stanza, un rappresentante della sede centrale del Sierra Club aveva piazzato un espositore con un campionario della principale nuova campagna del Club contro l’espansione urbana. La campagna, fortemente pubblicizzata e dal costo multimilionario, citava la crescita della popolazione solo di passaggio e solo per minimizzarne il ruolo. Nessuno dei materiali suggeriva che la stabilizzazione della popolazione degli Stati Uniti potesse fare parte della soluzione per limitare l’espansione urbana. La campagna del Sierra Club concentrava i propri sforzi su una maggiore regolamentazione e gestione della crescita degli Stati Uniti per attenuarne gli influssi negativi sull’ambiente. Essa dava per scontato - e tacitamente accettava - che la popolazione degli Stati Uniti non avrebbe mai smesso di crescere.
Questo riflesso aneddotico dei mezzi di informazione e dei movimenti ambientalisti alla fine degli anni ‘90 è stato verificato in una ricerca nazionale dal professor T. Michael Maher della University of Southwestern Louisiana. Egli ha condotto uno studio sulla copertura mediatica riguardo all’espansione urbana, alle specie a rischio e alla carenza idrica - tutte questioni profondamente influenzate dalla crescita della popolazione. Su un campione casuale di 150 articoli su quegli argomenti, egli ne ha scoperto solo uno nel quale si accennasse al fatto che parte della soluzione potrebbe essere il tentare di stabilizzare la popolazione degli Stati Uniti.
I giornalisti hanno detto a Maher che non se la sentono di sollevare la questione della popolazione per conto proprio. Con il mondo dell’economia e quello della politica che continuano a fare pressioni per avere “ancora crescita”e il mondo dell’ambientalismo che ora fa pressione per una “crescita intelligente”, i gruppi di interesse determinano uno spettro che esclude “niente crescita” e “crescita molto ridotta” dalla gamma delle opzioni disponibili ed accettabili per i mezzi di informazione. Maher ha studiato i materiali dei gruppi ambientalisti nazionali ed ha scoperto: “La popolazione non fa parte dell’agenda per i dirigenti del movimento ambientalista”.
Abbiamo scelto il 1998 come fine del periodo in analisi perché è stato l’anno in cui il movimento ambientalista si è dedicato con foga ad una battaglia pubblica sulla popolazione degli Stati Uniti. Dopo oltre due decenni di interesse sempre minore nei confronti della questione della popolazione, molti tra coloro che appartengono alla vecchia guardia ambientalista degli anni ‘70 hanno sfidato apertamente il ruolo guida nazionale di due influenti organizzazioni, il Sierra Club e Zero Population Growth, per porre nuovamente in agenda la stabilizzazione della popolazione degli Stati Uniti - e la riduzione dei livelli di immigrazione che questa implica. Il Sierra Club e ZPG, negli anni ‘70 così all’avanguardia nel dare risalto all’urgenza della stabilizzazione della popolazione degli Stati Uniti, avevano entrambi cambiato la propria politica nei due anni precedenti al 1998 e si erano dissociati da questa causa. Li useremo come principale caso da studiare.
Nota: Nel 1998, la direzione nazionale del Sierra Club ha sconfitto coloro che tentavano di riportare l’organizzazione alla sua politica pro-stabilizzazione originaria, che sosteneva tanto la bassa fecondità quanto la bassa immigrazione. Resta da vedere se questo tentativo fallito ha rappresentato l’ultimo colpo di coda del movimento ambientalista degli anni ‘70 dedito al tema della popolazione o se è stato la schermaglia più recente in una lotta interna che si andava intensificando.

Rivisitando la “Formula Costitutiva” dell’ambientalismo degli anni ‘70
La ritirata dal sostegno alla stabilizzazione della popolazione da parte dei gruppi ambientalisti negli anni ‘90 contraddisse direttamente la conclusione del Consiglio Presidenziale sullo Sviluppo Sostenibile del 1996. Istituito dal Presidente Clinton in seguito alla Conferenza sull’Ambiente delle Nazioni Unite tenutasi a Rio de Janeiro, il consiglio accolse la stretta relazione esistente tra la stabilità della popolazione e la sostenibilità dello sviluppo, osservando che “chiaramente, l’impatto umano sull’ambiente è una funzione tanto della popolazione quanto dei consumi” e dichiarando la necessità di “muoversi verso la stabilizzazione della popolazione degli Stati Uniti”.
Questo modo di pensare era centrale per l’attivismo ambientalista degli anni ‘70, poiché il punto di vista della maggior parte degli ambientalisti sulla qualità dell’ambiente era profondamente plasmato su quella che chiameremo la “Formula Costitutiva” del movimento. Quella formula esprimeva la comprensione del problema che il movimento stava affrontando e la strada per risolverlo. Il movimento ambientalista degli anni ‘90 era fondamentalmente diverso da quello degli anni ‘70, dal momento che aveva in gran parte abbandonato quella Formula Costitutiva.
Ci sono molti modi per esprimere l’impatto ambientale dell’umanità. Uno dei più noti è dato dall’equazione I=PAT, ideata dal biologo Paul Ehrlich e dal fisico John Holdren: l’impatto ambientale (I) equivale alle dimensioni della popolazione (P) moltiplicate per il grado di ricchezza, intesa come consumi individuali (A), e per la tecnologia, ovvero per il danno per unità di consumo (T).
Indipendentemente dal modo in cui veniva espressa, la Formula Costitutiva considerava come traguardo la riduzione dell’impatto ambientale totale su un determinato bacino o su un qualsiasi altro ecosistema. E considerava l’impatto ambientale totale come il risultato di due fattori:
1.l’impatto individuale
2.le dimensioni della popolazione
L’impatto individuale è l’effetto ambientale dei consumi dell’individuo medio di risorse provenienti da “fonti” ambientali e della introduzione di prodotti di rifiuto nello “scarico” ambientale. Un individuo non ha il controllo diretto del proprio intero impatto ambientale. L’impatto ambientale è determinato direttamente dalle scelte volontarie individuali in termini di consumi e di stile di vita e, indirettamente, dalle scelte politiche collettive espresse da leggi e regole che limitano l’impatto dei produttori e dei consumatori (comprendendo il settore privato e quello pubblico, gli individui e le istituzioni), dal vigore col quale si fanno rispettare quelle regole, dalla tecnologia disponibile per ridurre l’impatto delle attività economiche, dalla capacità finanziaria di una società di impiegare le tecnologie disponibili, dai metodi usati dalle grandi compagnie per produrre e commercializzare beni e servizi.
Le dimensioni della popolazione sono il numero totale degli individui che vivono in una determinata zona biologica o ecosistema.
Quindi, l’impatto ambientale totale sulla Chesapeake Bay è principalmente il risultato dell’impatto individuale di una persona che viva nell’ambito del bacino della Chesapeake Bay, moltiplicato per le dimensioni della popolazione complessiva del bacino stesso - più parte della “impronta ecologica” della gente che vive altrove. La “impronta ecologica” è la superficie di terreno produttivo necessario a sostenere le esigenze individuali in termini di cibo, abitazione, trasporti e beni e servizi di consumo, più la superficie di terreno necessaria per “sequestrare” tramite fotosintesi le emissioni di anidride carbonica provenienti dall’uso di energia, per esempio dalla combustione di combustibili fossili.
Non è necessario dover lavorare molto con la Formula Costitutiva per accorgersi che i cambiamenti nell’impatto individuale e i cambiamenti nelle dimensioni della popolazione hanno approssimativamente lo stesso potere di migliorare o deteriorare l’impatto ambientale complessivo. Per esempio, aumentare del 30% l’impatto individuale mantenendo la costante la popolazione, avrebbe un impatto deleterio tremendo sulla baia. Altrettanto farebbe accrescere del 30% la popolazione mantenendo costante l’impatto individuale. In effetti, non importa cosa aumenta: la baia soffre in modo simile.
Lavorando su entrambi i fattori della Formula Costitutiva, il movimento ambientalista delle origini aveva un approccio complessivo al recupero e alla protezione dell’ambiente. Il movimento ambientalista dei tempi più recenti, però, scelse una strada che consentiva alle dimensioni della popolazione di salire sempre più. Ogni incremento della popolazione trascina con sé verso l’alto l’impatto ambientale complessivo. Così, il più recente movimento ambientalista, che si basa su una formula “dimezzata”, dovrebbe lavorare per sempre per abbassare in continuazione l’impatto individuale, solo per evitare di danneggiare ulteriormente l’ambiente - il recupero è fuori discussione - correndo sempre più forte all’unico scopo di restare sempre nello stesso posto.
Mentre la maggior parte dei gruppi ambientalisti ha distratto la propria attenzione dalla questione demografica, la popolazione degli Stati Uniti è cresciuta di oltre il 33% (quasi 70 milioni di persone) tra il 1970 e il 1998 - principalmente a causa dell’accresciuta immigrazione. Il Census Bureau prevede che, con le politiche correnti sull’immigrazione, la popolazione degli Stati Uniti crescerà di un altro 50% nei prossimi cinquant’anni.
Come la Formula Costitutiva avrebbe previsto in una condizione di così rapida crescita, la maggior parte dei traguardi ambientali stabiliti negli anni ‘70 non erano stati raggiunti nel 1998. Il peggioramento del fattore popolazione (cioè l’aumento della popolazione stessa) aveva vanificato sotto molti aspetti i miglioramenti del fattore impatto individuale. Per esempio, secondo il Clean Water Act del 1972, i laghi, i fiumi e i torrenti d’America sarebbero dovuti diventare praticabili per la pesca e il nuoto. Ma a metà degli anni ‘90, dopo aver speso oltre cinquecento miliardi di dollari per controllare l’inquinamento delle acque (costo sostenuto dai consumatori e dai contribuenti), circa il 40% delle acque superficiali degli Stati Uniti continuavano a non essere praticabili né per la pesca né per il nuoto. La nazione ha più emissioni d’ossido d’azoto (un precursore dello smog) e di anidride carbonica (un gas-serra) di trent’anni fa, più specie a rischio e meno zone umide. Quelle regolamentazioni dell’impatto individuale che si pensava potessero essere sufficienti per raggiungere i traguardi, dovevano essere rese ancor più rigorose.
I gruppi ambientalisti non hanno mai smesso di premere sul Congresso affinché si riducesse l’impatto individuale sull’ambiente, richiedendo leggi e regolamentazioni rivolte alle imprese private, ai gestori pubblici di risorse e ai singoli consumatori. Ma, nel corso degli anni, essi hanno abbandonato la loro richiesta di occuparsi del fattore “dimensioni della popolazione” citato nella Formula Costitutiva. E quando il Congresso discusse ed approvò più volte politiche che avrebbero avuto il risultato di incrementare in modo sostanziale le dimensioni della popolazione, la maggior parte dei gruppi ambientalisti rimase in silenzio.
Gli storici probabilmente scopriranno che l’abbandono da parte dei movimenti ambientalisti della loro stessa Formula Costitutiva ha molte cause. Elenchiamo qui di seguito molte delle possibilità, insieme ad alcune prove per ciascuna di esse, che possono servire come “prima bozza” per gli storici del futuro.

  RETE   GEOPOP
popolazione
e ambiente
in equilibrio

Documentazione

Prima causa: il tasso di fecondità degli USA scese al di sotto del livello di sostituzione nel 1972
Nel 1972 il tasso di fecondità degli Stati Uniti scese sotto quei 2,1 nati per donna che segnano il livello di sostituzione. Nel 1976, la fecondità aveva toccato il minimo storico di 1,7 per rimanere appena al di sopra di esso per anni.
Un ricordo comune degli attivisti della popolazione che vanno invecchiando è quello della notte del 1973 in cui le emittenti televisive annunciarono che il tasso di fecondità statunitense del 1972 aveva raggiunto il livello di crescita zero. Gli Americani, apparentemente, furono profondamente confusi da quell’annuncio, e molti tra essi credettero che il problema della popolazione degli Stati Uniti fosse stato risolto. (Nei fatti, a causa di quello che i demografi chiamano “inerzia della popolazione”, affinché la crescita si arresti veramente ci vogliono fino a settant’anni dal momento in cui viene raggiunto il livello di sostituzione. Ma nel 1972, il tasso di fecondità scese in effetti abbastanza in basso da consentire di raggiungere alla fine la crescita zero, qualora l’immigrazione fosse rimasta ragionevolmente ridotta.)
Presumendo che la crescita zero fosse stata raggiunta (o almeno che ci si fosse avvicinati ad essa), molti tra coloro che facevano parte del movimento che si occupava di popolazione possono aver sentito che il loro attivismo non era più necessario. Gli Americani avevano ridotto le dimensioni della famiglia media fin dove necessario. In media, essi stavano conducendo la loro vita coerentemente con il motto “fermati a due”. Molti attivisti deviarono le loro energie, precedentemente dedicate alla questione della popolazione, verso il femminismo, altri aspetti della tutela della natura e dell’ambientalismo, o si rivolsero a scopi completamente diversi. L’ambientalismo basato sulla Formula Costitutiva nella sua forma completa, quella che teneva conto tanto dell’impatto individuale quanto delle dimensioni della popolazione, si ridusse a un piccolo nucleo altrettanto rapidamente quanto era esploso fino a divenire un movimento popolare di massa. I comitati sulla popolazione dei gruppi ambientalisti persero la propria popolarità e significatività o si sbandarono completamente.
La trascuratezza nei confronti della questione della popolazione nell’ambito delle organizzazioni, ha sicuramente influenzato i nuovi impiegati che man mano venivano assunti durante questo periodo. Molti di essi non avevano mai sentito parlare dell’approccio ambientale basato sulla versione completa della Formula Costitutiva. Essi lavoravano solo sul versante di quella formula riferito all’impatto individuale. Molti avevano poche basi nel campo delle scienze naturali, della tutela delle risorse o nei campi analitico/quantitativi. L’attenzione nei confronti della popolazione può esser loro sembrata una questione esterna, che poteva essere tranquillamente lasciata gestire da gruppi esterni.
Forse era all’opera anche un altro fattore. La dirigenza prevalentemente bianca, non ispanica, del movimento ambientalista può avere percepito che occuparsi di crescita della popolazione costituiva una posizione difendibile solo finché la maggior parte della crescita stessa proveniva da bianchi non ispanici, come accadde durante il Baby Boom. Ma la situazione cambiò radicalmente dopo il 1972. Da quell’anno in poi, la fecondità dei bianchi non ispanici scese al di sotto del livello di sostituzione, mentre quella degli Americani neri e latini rimase ben al di sopra di tale livello.Parlare di riduzione dei tassi di fecondità dopo il 1972 significava attirare l’attenzione principalmente sui non bianchi. Certe minoranze e i loro portavoce - ricordando lo sgradevole trattamento loro riservato dalla maggioranza bianca e ben consapevoli della loro relativa debolezza nell’ambito della società americana - sospettavano profondamente della possibile presenza di piani occulti da parte del movimento che professava la stabilizzazione della popolazione. Come il reverendo Jesse Jackson disse alla Commissione Rockefeller: “La nostra comunità diffida di ogni programma che possa avere come effetto tanto la riduzione quanto il livellamento della crescita della nostra popolazione. Praticamente, l’unica sicurezza che abbiamo è la quantità di figli che produciamo”. E Manuel Aragon, parlando in spagnolo, ha dichiarato alla commissione: “Ciò che dobbiamo fare è incoraggiare i Messicani Americani ad avere famiglie numerose, in modo che alla fine saremo così numerosi che o il sistema ci darà retta o verrà sopraffatto”.
Durante i ventisei anni successivi al 1972, la crescita della popolazione determinata dai bianchi non ispanici scese significativamente rispetto agli anni ‘70. Per questo, negli anni ‘90, la maggior parte della crescita nazionale era determinata da fonti diverse dai bianchi non ispanici (specialmente dagli immigrati latino-americani e asiatici e dai loro discendenti). I dirigenti ambientalisti, orgogliosi del loro preteso livello morale elevato e desiderosi di proteggerlo, possono aver voluto evitare di rischiarlo col dare l’impressione di additare come responsabili dei perduranti problemi di crescita della popolazione statunitense “coloro che arrivano da fuori”, “gli altri” o “la gente di colore” e con l’avventurarsi nel campo minato politico delle precarie relazioni razziali/etniche della nazione.

Seconda causa: le politiche su aborto e contraccezione hanno dato vita ad un’opposizione organizzata
Nel giugno 1960, la Food and Drug Administration approvò la vendita dei contraccettivi orali. Verso la fine degli anni ‘60, il Vaticano e la dirigenza cattolica americana erano impegnati in un importante contrattacco all’uso crescente dei contraccettivi negli Stati Uniti. Essi concentravano una quantità considerevole della propria ira sui gruppi che sostenevano il controllo della popolazione. Questa determinazione, dal loro punto di vista, aveva un senso. La maggior parte della popolazione e i gruppi ambientalisti che richiedevano una stabilizzazione, invocavano anche esplicitamente non l’astinenza o il celibato, ma maggiore disponibilità di contraccettivi affidabili e sicuri insieme a una educazione sessuale. Molti di loro invocavano anche la legalizzazione dell’aborto.
Nel 1973, nella causa Roe contro Wade, la Suprema Corte degli Stati Uniti legalizzò l’aborto, il che diede il via a una campagna molto più intensa da parte della Chiesa Cattolica - e sempre più anche da parte dei Protestanti conservatori - contro l’intero movimento che si occupava di popolazione.
L’aborto era stato una questione minore nell’ambito del movimento per la stabilizzazione della popolazione, ma fu incluso nella convinzione che senza di esso non si sarebbe riusciti a portare la fecondità al livello di sostituzione. Risultò che l’aborto legalizzato non era una componente necessaria per raggiungere quel tasso di fecondità: l’America raggiunse il traguardo di una fecondità compatibile con la stabilizzazione della popolazione l’anno prima che la Suprema Corte legalizzasse l’aborto stesso.
Ma per le gerarchie cattoliche e per il movimento per la vita, l’aborto legalizzato e la stabilizzazione della popolazione erano ormai inestricabilmente legati. Ancora negli anni ‘90 era difficile, per una persona o per un gruppo favorevole alla stabilizzazione della popolazione, ottenere ascolto tra molti Cattolici e gruppi per la vita senza essere automaticamente considerato un sostenitore dell’aborto.
Una quantità di dirigenti di fondazioni filantropiche e di politici coinvolti negli sforzi degli anni ‘70 hanno detto che le misure messe in atto dai vescovi cattolici e dal Vaticano costituirono le maggiori barriere all’attuazione di provvedimenti inerenti la demografia e all’impostazione di una politica nazionale sulla popolazione. Il membro del Congresso James Scheuer faceva parte della Commissione sulla Crescita della Popolazione e sul Futuro Americano del 1972. Nel 1992 scrisse che “il Vaticano e altri hanno bloccato qualsiasi discussione ragionevole dei problemi inerenti la popolazione”. Questa opposizione fu tanto nazionale quanto internazionale. In una intervista del 1993, Milton P. Siegel, assistente direttore generale dell’Organizzazione Mondiale della Sanità dal 1946 al 1970, indicò che “in un modo o nell’altro, a volte in modo surrettizio, la Chiesa Cattolica ha usato la propria influenza per sconfiggere, se volete, ogni movimento indirizzato alla pianificazione famigliare o al controllo delle nascite”.
Quando gli attivisti dediti alla questione popolazione misero in luce l’attivismo cattolico e lo criticarono, il loro movimento cominciò ad essere etichettato come anti-cattolico. I gruppi ambientalisti, alla ricerca di nuove adesioni, di fondi e di sostegno da parte di un gamma di Americani il più possibile ampia, avevano buone ragioni per tenersi lontani dalla questione della popolazione nel suo complesso, per non rischiare di offendere quelli tra i propri membri effettivi e potenziali che erano anche membri della maggiore comunità religiosa americana. Si sa che i gruppi ambientalisti con membri cattolici erano soliti usarli come ragione per non occuparsi della questione demografica.
L’opposizione cattolica romana, tanto da parte del Vaticano stesso quanto da parte dei dirigenti cattolici americani, apparentemente rivestiva un ruolo chiave anche nel fare pressioni sul governo. Il 5 maggio del 1972, nella campagna per la sua rielezione, il presidente Nixon sconfessò pubblicamente le raccomandazioni della sua stessa Commissione sulla Crescita della Popolazione e sul Futuro Americano, che i vescovi cattolici statunitensi avevano attaccato per la sua attitudine permissiva in tema di contraccezione ed aborto. Però, evidentemente ancora preoccupato della popolazione, Nixon nell’aprile 1974 ordinò uno studio sulle implicazioni della crescita della popolazione per la sicurezza nazionale. Quando quello studio venne concluso, nel 1975, il presidente Gerald Ford firmò quanto scoperto dal National Security Study Memorandum 200 (NSSM 200). Il rapporto affermava con forza che l’esplosione delle popolazioni del Terzo Mondo avrebbero minacciato la sicurezza degli Stati Uniti. Le minacce sarebbero derivate dalla destabilizzazione dei sistemi economico, politico e ecologico di quei Paesi. Oltre a raccomandare di aiutare quelle nazioni a frenare la propria crescita demografica, NSSM 200 chiedeva agli Stati Uniti di provvedere ad assumere un ruolo guida nel mondo per quanto riguarda il controllo della popolazione, tentando di stabilizzare in primis la propria entro il 2000.
Sebbene il presidente Ford avesse firmato il NSSM 200, non se ne fece mai nulla. Gli storici vorranno studiare la letteratura che negli anni ha analizzato l’ipotesi che il NSSM 200 non fu mai messo in atto a causa di incontri tra funzionari del Vaticano e funzionari del governo statunitense legati agli ambienti cattolici romani, così come a causa di una campagna di pressioni sistematiche attuata dalla Conferenza dei Vescovi Cattolici degli Stati Uniti. L’ambasciatore del presidente Reagan presso il Vaticano dichiarò alla rivista Time che “la politica americana [nei confronti del supporto di programmi internazionali di pianificazione famigliare] venne modificata perché il Vaticano non l’approvava”. Quanta pressione sia stata effettivamente esercitata è un importante interrogativo al quale cercare risposta.

Terza causa: l’emergere della questione femminista come principale preoccupazione dei gruppi dediti alle problematiche inerenti la popolazione
Un’altra probabile ragione per la quale i gruppi ambientalisti non hanno affrontato pienamente la questione della popolazione statunitense negli anni ‘80 e ‘90 è che i gruppi specializzati sul tema sono andati alla deriva, allontanandosi dalla stabilizzazione della popolazione e dalla protezione ambientale intese come ragione principale della propria esistenza. Quei gruppi hanno avuto un ruolo chiave negli anni ‘70, spronando i gruppi ambientalisti a unirsi ad essi e compiendo il grosso delle ricerche che furono poi usate dagli ambientalisti stessi. Ad eccezione di piccoli gruppi come Negative Population Growth, Population Environment Balance e Carrying Capacity Network, però, quel ruolo si è esaurito negli anni ‘90.
Negli anni ‘90, per esempio, Planned Parenthood non aveva più alcun ruolo nel caldeggiare la stabilizzazione della popolazione statunitense per proteggere l’ambiente. Il suo campo di interesse si era ristretto, limitandosi all’assicurarsi che le donne avessero pieno accesso all’intera gamma di opzioni per quanto riguarda la fecondità e le nascite. Questa è sempre stata una missione primaria per Planned Parenthood, ma c’è stato un tempo in cui una delle maggiori finalità del dare forza alle donne era la riduzione della popolazione degli Stati Uniti.
Per comprendere questi cambiamenti, gli storici avranno bisogno di guardare alle diverse radici del movimento degli anni ‘70 sulla popolazione. Una di queste radici comprendeva gente con grande consapevolezza ambientale, molte altre no. Molti dei primi dirigenti che si occupavano di popolazione erano si occupavano principalmente della questione sanitaria, altri dello sviluppo. Altri ancora erano predecessori del moderno movimento femminista. Il punto di vista ambientalista tese a essere portato alla ribalta alla fine degli anni ‘60, quando l’ambientalismo raggiunse una popolarità di massa. Ma quando gli ambientalisti abbandonarono la questione demografica negli anni ‘70, i gruppi che si occupavano di popolazione diedero sempre meno enfasi alle motivazioni ambientali. Negli anni ‘90, alcuni dei gruppi in realtà si opponevano ad aiutare l’ambiente per mezzo di sforzi per stabilizzare o ridurre la popolazione. Il corrispondente del Christian Science Monitor George Moffett osservò: «I gruppi femministi lamentano che dare troppo risalto alla rapida crescita della popolazione ha creato un’atmosfera di crisi in alcuni Paesi, che ha portato a violazioni dei diritti umani nel nome del controllo della fecondità».
Ciò era particolarmente alla Conferenza Internazionale su Popolazione e Sviluppo del Cairo, in Egitto. Come osservò il teologo cattolico laico George Weigel: «A lungo termine … il più significativo sviluppo della Conferenza del Cairo può essere stato uno spostamento dei paradigmi del controllo: dal “controllo della popolazione” al “rafforzamento delle donne”». L’ex Deputy Assistant Secretary of State for Environment and Population Affairs, Lindsey Grant, scrisse: «Il programma del Cairo contiene centinaia di raccomandazioni circa i diritti delle donne e altre questioni sociali, ma quasi nessuna circa la popolazione». Il lungo documento internazionale stilato al Cairo non faceva menzione delle connessioni tra la crescita della popolazione e i malesseri ambientali dei Paesi dalla popolazione in crescita.
Questo allontanamento da una preminente preoccupazione per la popolazione e i limiti dell’ambiente si può notare particolarmente nel caso del gruppo Zero Population Growth (ZPG). Nel 1968, il libro di Paul Ehrlich The Population Bomb ha innescato un movimento nazionale. Zero Population Growth è stato fondato nello stesso anno per trarre vantaggio dall’incredibile pubblicità generata da quel libro.
Centinaia di capitoli di ZPG sgorgarono nel giro di una notte. I primi dirigenti di ZPG furono descritti tutti come favorevoli all’ambientalismo, alle scelte consapevoli e alla pianificazione familiare. All’inizio, ZPG aveva un motto: «Zero Popularion Growth è il nostro nome e la nostra missione». C’erano molte grandi organizzazioni che si occupavano della crescita della popolazione in altri Paesi, ma secondo i membri del primo consiglio di amministrazione di ZPG la missione primaria del gruppo era esplicitamente la stabilizzazione della popolazione degli Stati Uniti. Essa rimase la missione dichiarata fino agli anni ‘80.
Negli anni ‘70, le raccomandazioni di ZPG in tema di politica demografica riguardavano ogni contributo alla crescita della popolazione statunitense. Esse comprendevano prese di posizione su contraccettivi, educazione sessuale delle adolescenti, parità della donna, aborto, opposizione all’immigrazione illegale e proposte per ridurre l’immigrazione da circa 400.000 a 150.000 individui all’anno entro il 1985 per raggiungere la crescita zero entro il 2008.
ZPG diede vita al moderno movimento per la riduzione dell’immigrazione negli anni ‘70. Dopo che il tasso di fecondità americano scese al di sotto del livello di sostituzione, la dirigenza di ZPG osservò che l’immigrazione andava crescendo rapidamente e avrebbe presto vanificato tutti i benefici di una fecondità ridotta. Sebbene l’immigrazione sembrasse essere una tematica indipendente da quella della pianificazione famigliare che aveva dominato le precedenti organizzazioni che si occupavano di demografia, ZPG la affrontò di petto poiché influiva sulla stabilizzazione della popolazione statunitense, ritenuta essenziale per la salute dell’ambiente americano. Verso la fine degli anni ‘70, i dirigenti di ZPG che erano più interessati alla questione dell’immigrazione diedero vita ad una nuova organizzazione chiamata Federation for American Immigration Reform (FAIR). La loro idea era che FAIR non avrebbe preso posizione sull’aborto e su altre questioni controverse relative alla pianificazione familiare, allo scopo di attirare un più vasto collegio elettorale per lavorare alla riforma dell’immigrazione non solo per ragioni ambientali, ma anche per aiutare economicamente i lavoratori e i contribuenti a basso reddito, per ragioni di coesione sociale e di sicurezza nazionale.
I dirigenti di ZPG che lasciarono il gruppo originale in favore di FAIR erano anche la maggior parte di coloro che erano più interessati alla popolazione da un punto di vista ambientale. Questo significò che coloro che rimasero erano più inclini ad un movimento sulla popolazione basato sulla pianificazione famigliare e sulle donne. Se anche ZPG continuava ad avere politiche sulla stabilizzazione degli Stati Uniti e sull’ambiente - ed a produrre del materiale educativo di prim’ordine - tali politiche e programmi, col trascorrere degli anni ‘80, ricevevano sempre meno attenzione da parte del personale e dei dirigenti. Il nuovo personale veniva assunto più per la propria dedizione alle questioni femministe che sulla base di esperienze e impegno in campo ambientale.
Nel 1996, ZPG concentrava la propria attenzione prevalentemente sulla questione della popolazione globale dal punto di vista del rafforzamento della posizione delle donne. Un secondo centro di attenzione erano i consumi eccessivi degli Americani. Il gruppo dirigente rimosse la parola “stabilizzare” da gran parte della propria letteratura e dal suo Manifesto; il 25 ottobre 1997 sostituì “fermare” con “rallentare”, ponendosi così come obiettivo un semplice “rallentamento” della crescita della popolazione degli Stati Uniti e del mondo. Il presidente di ZPG Judith Jacobsen scrisse nel bollettino ZPG Reporter che le ragioni per le quali ZPG non sosteneva la creazione di politiche statunitensi atte a ridurre la crescita della popolazione interna era che i problemi della popolazione nel Terzo Mondo andavano risolti prima. Ella affermò che «la Conferenza del Cairo ci ha insegnato che modificare le condizioni di vita delle donne è la risposta più potente» ai problemi di popolazione. Fornì quindi una lunga lista degli impegni essenziali di ZPG, nessuno dei quali riguardava la stabilizzazione della popolazione né la protezione dell’ambiente.
Così, appena prima del suo trentesimo anniversario, ZPG ha disgiunto i suoi obiettivi dal suo nome e dalla sua missione iniziale - la crescita zero. Ad essere abbandonata come questione centrale fu anche la protezione dell’ambiente americano, che era stato il cuore della fondazione di ZPG. ZPG non è diventato necessariamente un movimento anti-ambiente o anti-stabilizzazione, ma si è trasformato in un’organizzazione con priorità diverse.

Quarta causa: la separazione tra le radici ambientaliste e quelle di sinistra del movimento
È probabile che gli storici trovino altri importanti indizi dell’abbandono del movimento ambientalista studiando le radici del movimento ambientalista moderno. Tre di quelle radici ci interessano qui particolarmente.
Due di esse risalgono a un secolo fa:
1.il movimento di tutela delle zone selvagge era esemplificato da John Muir, dai Parchi Nazionali e, più tardi, dalle Zone Selvagge; 
2.il movimento di risparmio delle risorse era esemplificato dal Presidente Theodore Roosevelt, dal suo capo forestale Gifford Pinchot e dal National Forests. 
Una terza radice del moderno movimento ambientalista è alquanto più recente. Era un’emanazione di quella che veniva chiamata politica della Nuova Sinistra con, in alcuni casi, una forte vena di socialismo, così come lo intendeva il suo guru degli anni ‘70, Barry Commoner. A questa radice ricevette la massima spinta dalla pubblicazione di Silent Spring, del naturalista Rachel Carson. Sebbene Carson fosse profondamente preoccupato dagli effetti imprevisti dei pesticidi e degli altri veleni prodotti dall’uomo che venivano rilasciati indiscriminatamente nell’ambiente naturale, questa terza radice dell’ambientalismo moderno finì per concentrarsi più su questioni urbane e sanitarie quali gli effetti sull’ambiente umano della contaminazione dell’aria e dell’acqua. Commoner, infatti, criticava i conservazionisti per il fatto che ponevano la vita selvatica prima della salute umana. Come scrive il giornalista Mark Dowie: «La preoccupazione centrale del nuovo movimento è la salute umana. I suoi adepti considerano la preservazione delle zone selvagge e della bellezza dell’ambiente valori importanti ma sovrastimati. Gli attivisti che si oppongono all’uso di sostanze tossiche deridono spesso questi valori come ossessioni borghesi».
Avendo molto in comune con gli emergenti partiti Verdi europei (giustizia sociale, pace ed ecologia), i nuovi “verdi” d’America, quando negli anni ‘60 nacque il moderno movimento ambientalista, si unirono a coloro che caldeggiavano la protezione delle aree selvagge (preservazionisti) e a coloro che caldeggiavano il risparmio delle risorse (conservazionisti). Ma i verdi della Nuova Sinistra. per quanto riguarda la popolazione, avevano modi di vedere opposti a quelli della maggior parte tanto dei primi quanto dei secondi. Nel suo influente libro del 1971 The Closing Circle e altrove, Barry Commoner minimizzò il ruolo della popolazione come causa di problemi ambientali. Commoner disse che i problemi attribuiti alla crescita della popolazione erano in realtà dovuti a una non equa distribuzione delle risorse e a tecnologie che puntavano al profitto. Il degrado ambientale si sarebbe potuto rimediare modificando i sistemi economici.
Per contro, preservazionisti e conservazionisti erano sempre stati preoccupati da alcuni aspetti della crescita della popolazione e furono particolarmente allarmati dall’impatto del baby boom sull’ambiente. I loro decenni di esperienza nel vedere le aree selvagge e altri habitat scomparire sotto i colpi della crescita costante della popolazione degli Stati Uniti li indussero a affrontare quella crescita in modo vigoroso e diretto verso la fine degli anni ‘60. Il difensore delle aree selvagge e popolare autore del sudovest Edward Abbey parlò a nome di molti quando disse che “la crescita fine a se stessa è l’ideologia delle cellule cancerose”.
Risulta che i verdi della Nuova Sinistra tentarono di tenere la questione della popolazione fuori dal programma dell’Earth Day del 1970. Persero. I conservazionisti e i preservazionisti riuscirono a mantenere il loro principio fondamentale che, se non si fosse limitato il numero degli umani, la tutela ambientale a lungo termine sarebbe stata impossibile. I liceali e i giovani adulti che si davano da fare nel movimento a quell’epoca, potevano anche essere più inclini per temperamento verso la Nuova Sinistra contro la guerra e contro il sistema, ma i giovani nuovi ambientalisti - armati di milioni di copie lette e stralette di The Population Bomb - sembravano in massima parte accettare lo studio sulla popolazione condotto dai conservazionisti della vecchia leva. La maggior parte dei nuovi gruppi ambientali più liberali che si formarono in quel tempo, respinsero l’opporsi della Nuova Sinistra al combattere l’infinita crescita della popolazione, e si unirono ai conservazionisti nella loro posizione nei confronti della questione demografica.
Ma secondo il cofondatore di Earth First! Dave Foreman, uno dei più pubblicizzati ed aggressivi protagonisti dei primi vent’anni di ambientalismo statunitense, negli anni ‘90 l’ala della Nuova Sinistra dell’ambientalismo recuperò la sua sconfitta. Egli disse che l’ala della Nuova Sinistra - che egli chiamava “Progressive Cornucopians” - rese dominante la sua posizione contraria alla stabilizzazione tra il personale e la dirigenza di molti gruppi, compreso il Sierra Club.
Dalla parte vincente del conflitto politico degli anni ‘90 sulla popolazione stava gente come Brad Erickson, coordinatore del Political Ecology Group (PEG) che rivestì un ruolo chiave nell’aiutare la dirigenza del Sierra Club ad abbandonare nel 1996 la politica di stabilizzazione della popolazione e nel respingerne nel 1998 i membri favorevoli alla stabilizzazione. Erickson disse che quella battaglia era una ripetizione di quella dell’Earth Day del 1970, quando i verdi della Nuova Sinistra persero. Egli disse che il piano dei verdi della Nuova Sinistra, negli anni ’60, era stato di usare la questione ambientale come una tra le molte che speravano sarebbe fiorita fino a divenire una manifestazione di un movimento progressista in grado di andare ben oltre i confini dell’economia e della cultura tradizionali americane. Ma, spiegò Erickson, i conservazionisti si appropriarono dell’Earth Day inserendo a forza in esso e nel movimento la questione della popolazione e ridussero così l’efficacia dell’ambientalismo a partire da quel momento. Questo modo di vedere è condiviso da Mark Dowie, che sostiene che la stabilizzazione della popolazione e la riforma dell’immigrazione ritardarono la trasformazione dell’ambientalismo orientato alla conservazione e alla preservazione in un movimento per la “giustizia ambientale”.


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