LA TERRA E GLI UOMINI di Claude Levi-Strauss da "Tristi tropici", cap. 16 In queste regioni [l’India], dove la densità della popolazione supera a volte i mille per chilometro quadrato, mi sono reso conto in pieno del privilegio storico ancora proprio dell’America tropicale (e fino a un certo punto dell’America intera) d’essere rimasta, del tutto o relativamente, vuota di uomini. La libertà non è un’invenzione giuridica né un tesoro filosofico, proprietà esclusiva di civiltà più valide di altre, perché sole capaci di produrla e preservarla. Essa risulta da una relazione oggettiva tra l’individuo e lo spazio che occupa, tra il consumatore e le risorse di cui dispone. E non è del tutto sicuro che questo compensi quello, e che una società ricca, ma troppo densa, non si avveleni di questa densità, come quei parassiti della farina che arrivano a sterminarsi a distanza con le loro stesse tossine, molto prima che la materia nutritiva venga meno. […] A parte i rimedi politici ed economici concepibili, il problema posto dal confronto dell’Asia con l’America tropicale è quello della moltiplicazione umana in uno spazio limitato. Come dimenticare che, sotto questo riguardo, l’Europa occidentale occupa una posizione intermediaria tra i due mondi? Questo problema del numero, l’India l’ha affrontato circa tremila anni fa, cercando, con il sistema delle caste, un modo di trasformare la quantità in qualità, ossia di differenziare i raggruppamenti umani, per permettere la loro coesistenza fianco a fianco. E aveva anche concepito il problema in termini più vasti, estendendolo al di là dell’uomo a tutte le forme di vita. La regola vegetariana si ispira, come il regime delle caste, alla preoccupazione di impedire che i raggruppamenti sociali e le specie animali infieriscano le une contro le altre, riservando a ognuno la libertà sua propria, grazie alla rinuncia, da parte delle altre, dell’esercizio di una libertà antagonista. E’ tragico per l’uomo che questa grande esperienza sia fallita: che cioè nel corso della storia le caste non siano riuscite a raggiungere uno stato in cui rimanere uguali in quanto differenti - uguali nel senso che sarebbero state inconfrontabili - e che si sia introdotta fra di esse quella perfida dose di omogeneità che avrebbe permesso il confronto, e quindi in formarsi di una gerarchia. Gli uomini possono arrivare a coesistere a condizione di riconoscersi tutti uomini, ma in modo diverso, oppure negandosi reciprocamente un grado uguale di umanità, e dunque subordinandosi. Questo grande fallimento dell'India comporta un insegnamento: diventando troppo numerosa, e malgrado il genio dei suoi pensatori, una società non si perpetua che generando la servitù. Allorché gli uomini cominciano a sentirsi stretti nel loro spazio geografico, sociale e mentale, una facile soluzione rischia di sedurli: negare la qualità umana a una parte della specie. Per qualche decennio essi avranno mano libera. In seguito bisognerà procedere a una nuova espulsione. In questa luce, gli avvenimenti di cui l'Europa è stata teatro per vent'anni, e che riassumono un secolo nel corso del quale la sua popolazione si è raddoppiata, non mi appaiono più come il risultato dell'aberrazione di un popolo, d'una dottrina, o di un gruppo di uomini. Ci vedo piuttosto l'indizio di una evoluzione verso una fine di cui l'Asia del Sud ha fatto l'esperienza mille o duemila anni prima e a cui, a meno di grandi decisioni, non riusciremo forse a sfuggire. Questa grande svalorizzazione sistematica dell'uomo da parte dell'uomo si va estendendo, e sarebbe ipocrita e incosciente voler evitare il problema con la scusa che si tratta di un fenomeno passeggero. Ciò che mi atterrisce in Asia è l'immagine del nostro futuro, che essa ci anticipa. Nell'America indiana invece vagheggio il riflesso, fugace anche laggiù, di un'età in cui la specie era proporzionata al suo universo, e in cui persisteva un rapporto valido tra l'esercizio della libertà e le sue leggi. |
