INVECCHIAMENTO DELLA POPOLAZIONE
                                                  E DISOCCUPAZIONE OCCULTA
        



Una popolazione che invecchia: l’Europa

L’invecchiamento della popolazione europea non è nulla di nuovo. Il numero di Europei con 65 anni o più è triplicato durante il ventesimo secolo, da circa il 5% al 15%, con un’aspettativa di vita di 75 anni più che raddoppiata - senza provocare panico o apparenti effetti negativi. La longevità (lunghezza della vita) è aumentata di pari passo con la lunghezza della vita in condizioni di salute, permettendo alle persone di lavorare fino ad un’età più avanzata. La popolazione di tutti i paesi deve stabilizzarsi prima o poi, e quando si stabilizza, generalmente invecchia.

Il termine invecchiamento demografico si riferisce normalmente all’età media della popolazione che si eleva, o al processo per cui gli anziani costituiscono una percentuale più ampia della popolazione, il che può essere causato da vari fattori: per esempio, un numero (stabile o crescente) di persone che vivono più a lungo; o un numero decrescente di persone che appartengono ai gruppi di età giovanili. Rinviare la stabilizzazione della popolazione, incoraggiando tassi di nascita più alti o incrementando l’immigrazione e lo stanziamento interni, differisce il “problema” dell’invecchiamento e probabilmente lo rende più grave - poiché le nuove schiere di giovani aumenteranno il numero di anziani a carico, quando anch’essi invecchieranno.

[...]I costi ambientali ed economici di un’ulteriore crescita demografica sarebbero notevoli. Essi includono i costi crescenti per cibo e acqua in conseguenza della continua erosione dei suoli in Europa, esacerbati dall’impatto dei cambiamenti climatici, come siccità e alluvioni. L’approvvigionamento di energia e cibo dai paesi extra-europei diverrà più difficile, poiché la loro popolazione crescente produrrà una maggiore domanda di risorse rinnovabili e non-rinnovabili. La rapidità del degrado ambientale rende chiaro che le politiche ambientali non avranno successo in assenza di politiche demografiche, salvo che non venga imposta una riduzione (politicamente inaccettabile) della qualità della vita.
La crescita prevista della percentuale di ultra-ottantenni nell’Europa a 25, dal 4% al 14,1% entro il 2050, costituirà una sfida economica, mentre nello stesso periodo la popolazione europea si stabilizzerà e poi decrescerà dai 461,3 milioni del 2005 a 449,8 milioni. Ma la soluzione non è ripristinare la crescita demografica incoraggiando più alti tassi di nascita o un’immigrazione di massa. Una soluzione migliore è attuare politiche per rendere più sana e flessibile la forza-lavoro, ridurre la disoccupazione tra le persone in età di lavoro, incrementare il risparmio fin da una più giovane età, innalzare l’età di pensionamento, ricondurre al lavoro gli anziani idonei e consenzienti e altre persone economicamente inattive, il tutto unito ad un’immigrazione numericamente bilanciata. Alcune nazioni europee hanno già agito: il Portogallo ha iniziato a innalzare l’età di pensionamento per i lavoratori del settore pubblico da 60 a 65 anni nell’arco di 10 anni, e la Gran Bretagna ha aumentato l’età per la pensione di stato per coloro che sono nati dopo il 1950.



Gran Bretagna: quali sarebbero gli effetti di un declino demografico?

Una popolazione che si stabilizza e poi gradualmente si riduce, come noi auspichiamo, aumenterebbe l’età media della popolazione e la percentuale di anziani a carico rispetto a quanti lavorano. Ciò rappresenta un problema?
Sì, in qualche misura. I timori di costi crescenti derivanti da un maggior numero di persone ultra-settantacinquenni appaiono giustificati, dati i probabili bisogni di questo gruppo quanto a salute e previdenza. Questi potrebbero venir mitigati migliorando lo stato di salute nelle età 65-75, benché ci sono ampie differenze quanto a stato di salute in entrambi i gruppi di età.
No, se le persone rimangono sane più a lungo e sono in grado di estendere la loro vita lavorativa. No, se il deficit di specializzazione è colmato dagli anziani e da altri settori della popolazione attuale, come le donne e le minoranze etniche (il cui tasso di disoccupazione è sopra la media). No, se i costi per mantenere una generazione anziana più estesa sono compensati dalla riduzione dei costi per mantenere una generazione giovane più ristretta. No, se aumenta il trasferimento di denaro dalle generazioni più vecchie a quelle più giovani, dovendo essere distribuito a un minor numero di giovani discendenti. L’aiuto intergenerazionale, finanziario morale e pratico, è naturale all’interno delle famiglie, ed è probabile che continui. Non c’è ragione per un conflitto intergenerazionale durante tale transizione demografica verso una dimensione della popolazione più limitata e sostenibile. Se ogni generazione comprende il problema, può essere risolto da tutti.

I possibili maggiori costi per i contribuenti legati al numero crescente di persone oltre i 65 anni devono essere soppesati rispetto al possibile risparmio derivante dall’avere meno persone da mantenere fino ai 18 anni di età, la maggior parte dei quali usufruiscono di un’istruzione a tempo pieno. Mettendo insieme i costi pubblici e privati, la spesa per allevare un bambino raggiunge le 10mila sterline all’anno. Si può vedere chiaramente quale risparmio si genera quando la popolazione decresce a un livello più sostenibile.


RETE GEOPOP
popolazione e ambiente in equilibrio
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