LO STALLO DI FERTILITA' IN KENYA                                             




Un tempo considerato come un’importante storia di successo, per lo sforzo intrapreso per rallentare la crescita demografica e per la sua stabilità politica, oggi il Kenya incontra enormi problemi su entrambi i fronti. Le recenti violenze politiche, che da dicembre hanno ucciso più di un migliaio di persone, hanno posto questo paese dell’Africa orientale, 36 milioni di abitanti, sotto l’attenzione dei media. Ma sin dal 2004 il Kenya affronta un’altra tendenza preoccupante: un aumento del tasso di fertilità sta portando a una più rapida crescita della popolazione.

Nell’ultimo quarto del secolo scorso, il Kenya ha sperimentato una caduta dell’indice globale di fecondità tra le più considerevoli nella storia mondiale, passando da una media di 8,1 nascite per donna nel 1978 a 4,7 nascite per donna nel 1998.
Le ricerche demografiche e sanitarie (DHS) dell’ultimo decennio mostrano che il Kenya sta ora sperimentando uno “stallo di fertilità” (fertility stall) - una inattesa e sorprendente crisi nel declino del tasso di fertilità. Anziché continuare a diminuire come ci si aspettava, il tasso di fertilità in Kenya è in realtà aumentato lievemente da 4,7 figli per donna nel 1998 a 4,8 nel 2003. Durante questo periodo, le gravidanze involontarie sono salite dall’11% al 21%.
Lo stallo di fertilità può sembrare insignificante, ma ha enormi implicazioni per la crescita della popolazione totale. A causa di esso, Le Nazioni Unite hanno recentemente rivisto le proprie proiezioni demografiche di metà secolo per il paese. Le Nazioni Unite fanno le proprie previsioni nazionali utilizzando calcoli basati sull’attuale grandezza della popolazione, e sugli indici di natalità e mortalità stimati per gli anni futuri. Lo stallo di fertilità del Kenya (in quanto contrario alla supposizione che il declino dell’indice di natalità avrebbe continuato la precedente traiettoria discendente) ha indotto l’Onu ad alzare la proiezione media per la popolazione del Kenya nel 2050, da 44 milioni a 85 milioni.
Malcolm Potts, un demografo dell’Università della California a Berkeley dice: “L’incremento avrà un pesante impatto negativo sull’educazione, sulla casa e sulla salute delle famiglie,  ed anche senza dubbio sulla varietà di piante e animali per cui il paese è famoso. […]

Il Kenya vedrà la sua popolazione più che raddoppiare nel 2050. Sfortunatamente, a ciò non si accompagnerà un raddoppio delle risorse per soddisfare i bisogni dei milioni di nuovi nati.
Alta fertilità in Kenya significa che un maggior numero di bambini avrà bisogno di scolarizzazione, ma non ci sarà il tempo necessario per preparare abbastanza maestri o costruire nuovi edifici scolastici. Gli ampi quartieri degradati di Nairobi, ora al limite del collasso, subiranno l’impatto dell’aumento demografico.  I progetti edilizi difficilmente potranno dare alloggio a milioni di persone che sono in condizioni abitative già ora squallide. Forse ancor più preoccupante, data la violenza politica presente ora in Kenya, è la ricerca che mostra come i paesi che hanno un “picco di giovani” (youth bulge), come effetto dell’alta fecondità, sono più inclini ai conflitti.

Col senno di poi, l’inversione del declino del tasso di fertilità in Kenya e la sua crescita demografica in aumento non dovrebbero sorprendere, dato che coincidono con una assoluta riduzione nei fondi per la pianificazione familiare sin dagli anni ‘90. Globalmente, l’ultimo decennio ha visto un drastico calo dei finanziamenti per i programmi sulla popolazione nei paesi in via di sviluppo, anche in quelli che sperimentano i più alti indici di crescita demografica. I donatori hanno ricollocato i fondi per la pianificazione familiare verso altri interventi sanitari, che catturano l’attenzione del pubblico e dei governi - in particolare l’Aids.
Tra il 1995 e il 2007, i fondi dell’UsAid per l’assistenza alle popolazioni in tutto il mondo sono diminuiti da 541,6 milioni di dollari a 435,6 milioni. A peggiorare le cose, all’interno di questo bilancio in calo, i finanziamenti vengono stornati dalla pianificazione familiare di anno in anno, da quando fu introdotto nel 2003 il Piano di emergenza per l’Aids (Pepfar). In particolare in Kenya, un paese che ha ancora il 24,5% di “bisogno non-soddisfatto” di contraccezione, la richiesta di fondi del 2008 per la pianificazione familiare era di $ 7,7 milioni. La richiesta relativa ai programmi contro l’Aids era pari a $ 481 milioni, più dell’intero bilancio dell’UsAid per la pianificazione familiare. 
Non si nega l’importanza di aumentare i fondi per l’Aids e per altri programmi relativi alla salute. Tuttavia, il finanziamento di questi programmi non può avvenire a spese di quelli per la pianificazione familiare. […]
E’ inoltre allarmante il fatto che lo stallo nel declino della fecondità e la revisione delle proiezioni demografiche non sono limitati al Kenya. Altri paesi in via di sviluppo con un alto tasso di natalità hanno perso finanziamenti per la pianificazione familiare e hanno sperimentato di conseguenza uno stallo di fertilità sin dagli anni ‘90: Bangladesh, Ghana, Repubblica domenicana e Perù ne sono degli esempi. Come in Kenya, le implicazioni a lungo termine anche di un piccolo arresto nel declino della fertilità, in questi paesi sovrappopolati, sono enormi.

Nonostante le notizie scoraggianti che vengono dal Kenya in questi giorni, dal punto di vista sia demografico che politico, la situazione non è affatto senza speranza. Così come una rinnovata attenzione e impegno internazionale possono aiutare a trovare una soluzione politica, la giusta attenzione e il finanziamento per i programmi di pianificazione familiare in Kenya possono aiutare a far sì che questo stallo di fertilità sia solo una battuta d’arresto temporanea, e non uno scivolone permanente all’indietro.
Il governo keniota considera troppo elevate la crescita e la fertilità della propria popolazione, e promuove politiche per contenerle. Infatti, il Kenya è stato uno dei primi paesi dell’Africa sub-sahariana a sviluppare una politica nazionale sulla la crescita demografica. Tuttavia, senza un finanziamento adeguato e duraturo per la pianificazione familiare, esso non proseguirà il proprio successo iniziale nel raggiungimento degli obbiettivi di stabilizzazione demografica. Se il l’indice di fecondità comincia di nuovo a calare, la popolazione potrebbe arrivare a 85 milioni nel 2050; ma se rimane fermo a 4,8 figli per donna, la popolazione schizzerà a 128 milioni.
John Cleland, demografo della Scuola di Igiene e Medicina tropicale di Londra, e autore dell’articolo opportunamente intitolato “Pianificazione familiare: l’agenda infinita”, elogia i programmi di pianificazione familiare internazionali come un grande successo, ma chiama gli anni ‘90 “il decennio sprecato” per la pianificazione familiare, accusando la comunità internazionale dei benefattori per l’opportunità persa. Cleland richiede nuovi investimenti internazionali, in particolare in Kenya, che “si troverà peggio potenzialmente sotto ogni aspetto, se la proiezione degli 80 milioni a metà secolo si realizza”.
Gli Stati Uniti sono stati storicamente una guida nel mondo per la pianificazione familiare e i finanziamenti per la popolazione. Malauguratamente, dagli anni ‘90, gli Usa hanno seguito la tendenza globale di rimuovere risorse dalla pianificazione familiare, dando la priorità ad altre aree della salute. Benché alcuni abbiano immaginato che l’Unione Europea sarà il prossimo punto di riferimento per i programmi di pianificazione familiare, i benefattori europei non hanno riempito il vuoto lasciato dalla diminuzione dei fondi americani. Al contrario la pianificazione familiare, come percentuale dei fondi per l’assistenza alle popolazioni procurati dall’Unione Europea, è scesa dal 30% al 9% dal 2001 al 2004. […]
J. Corker
GEOPOP
popolazione e ambiente in equilibrio
the Reporter